C’è un filo che unisce certe vite, certi luoghi, certi giorni.
Non un filo d’oro, né di seta. È una corda ruvida, sporca di polvere e sangue secco. È la legna rossa: quella che brucia sottopelle, e ogni tanto esplode. Non si tratta solo di notizie. Non è politica. Questa è una storia che mi ha sfiorato. Non mi ha travolto. Ma è passata a pochi centimetri. Come una scheggia che buca l’aria, ma non la pelle. Però si sente. E non si dimentica.
1. La reception
Lavorava in un hotel del sud della Thailandia. Forse a Pattani, forse a Yala. Non è importante il nome, quanto l’aria che si respira lì: aria densa, immobile, carica di sospetto.
È un’amica di mia moglie. Era di turno alla reception. Poi, per un caso qualsiasi, si è allontanata un attimo per cambiarsi. Una routine.
In quell’esatto momento, una bomba è esplosa davanti al banco dove aveva lavorato tutto il giorno.
La collega che è rimasta, è finita all’ospedale per mesi. Lei no. È viva.
Lo racconta con la voce piatta di chi non si aspetta più nulla. Come se fosse normale vivere in mezzo a un conflitto invisibile, dove i monaci vengono uccisi per strada e gli insegnanti devono farsi scortare per andare a scuola.
E io ascolto. E capisco che non è lontano da me. Perché conosco quella persona. E quel giorno non è successo a qualcuno, è successo a lei. E quindi, anche un po’ a me.
2. Bangkok, agosto 2015
Era agosto. Bangkok, densa, umida, viva.
Siam Square, la metropolitana, la città normale.
Poi, improvvisamente, le ambulanze. E una chiamata di mia suocera. Era agitata, chiedeva se stavamo bene. Avevano appena colpito il tempio di Erawan, accanto al Grand Hyatt. Una bomba, venti morti, tanti feriti. Gente che passeggiava, pregava, aspettava l’autobus.
Quella sera cenavamo a Il Bolognese. Ricordo una Bangkok spettrale, vuota, come se qualcuno avesse tirato giù il volume del mondo. Era difficile anche trovare un taxi. E negli ospedali la folla donava sangue, senza clamore. Silenziosamente. Come si fa quando la paura è vera.
Non ero al tempio, non avevo amici coinvolti. Ma ci passavo spesso. Quel luogo è parte della mia mappa mentale. E quando un posto che conosci diventa un cratere, cambia anche il modo in cui guardi la città.
3. Kuta, Bali 2002
Amo Bali. Come David Bowie, che ha voluto che le sue ceneri fossero disperse lì.
C’ero stato più volte. E un giorno mi trovai davanti al memoriale di Kuta, dedicato ai 202 morti dell’attentato del 2002.
È un monumento nero. Con i nomi.
Non solo turisti. Non solo occidentali. Anche balinesi. Anche indonesiani.
In quel momento, davanti a me, due ragazze musulmane con il velo si fecero un selfie.
Risero. Fecero con le dita il segno della “V”. Vittoria.
Quella scena non riesco a cancellarla. Non so se erano ingenue, provocatrici, indifferenti. Ma quella “V” era uno schiaffo.
Non ho mai voluto razionalizzarla.
Troppa rabbia.
In quel gesto, davanti a quei nomi, c’era tutto il disprezzo possibile. Non solo per i morti, ma per l’idea stessa che esista qualcosa di sacro, di condiviso, di umano.
4. Pune, India 2010
Sono stato a Pune 25 anni fa, all’ashram di Osho.
Era un luogo irreale. Quasi Singapore in India. Mentre fuori tutto era ancora cencioso, alla Moravia, alla Pasolini, lì dentro c’era ordine, marmo, giardini.
Uscivamo nel pomeriggio e andavamo alla German Bakery. Si mangiava qualcosa, si parlava, si scrivevano mail nel primo internet shop della città. Era un’India che sognava.
Anni dopo, anche quel luogo è esploso.
Un’altra bomba. Altri morti.
Io non c’ero più. Ma non importa.
Chi ha conosciuto quei posti, chi li ha amati, chi li ha vissuti, sente ogni bomba come una crepa nel proprio passato.
È solo una questione di tempo. Di orologio. Di calendario.
Loro sono morti subito. Io, qualche anno prima.
Ma siamo stati nello stesso luogo. E quindi, per un attimo, nello stesso destino.
E adesso?
Nessuno si scusa. Nessuno si dissocia. Ogni volta che succede, ci si affretta a cambiare argomento. A dire che non è l’Islam, che non è quello vero. Ma le bombe, gli attacchi, le stragi, portano quasi sempre lo stesso marchio: sono firmati da gruppi salafiti jihadisti, fondamentalisti sunniti che sognano un califfato medievale, e che leggono il Corano come un’arma, non come una guida.
Sono loro. Eppure le bombe continuano. E le “V” si moltiplicano.
A volte mi pare di rivivere la stagione dei “compagni che sbagliano”. Quando nessuno voleva davvero guardare in faccia il male. Lo si copriva, lo si razionalizzava, lo si spiegava via.
Ma io non riesco più a spiegare. Mi sono rimaste solo le immagini. E un pensiero che si spezza ogni volta che ci provo. L’Oriente, che un tempo sembrava promessa, bellezza, salvezza, oggi è ferito, ambiguo, pericoloso. Non tutto. Ma abbastanza. E il vento che un tempo portava incenso, ora porta cenere.
E io, che da quei luoghi non sono mai stato troppo lontano, sento che il vento arriva. E arriva verso casa.
20 novembre

Bali