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title: "Quattro flash e l’Islam che uccide"
url: https://www.altriorienti.com/quattro-flash-e-lislam-che-uccide/
date: 2025-11-20
modified: 2025-11-20
author: "Leone Battisti Alberti"
description: "C’è un filo che unisce certe vite, certi luoghi, certi giorni.Non un filo d’oro, né di seta. È una corda ruvida, sporca di polvere e sangue secco. È la legna..."
categories:
  - "Opinioni ed editoriali"
tags:
  - "Islam"
word_count: 825
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# Quattro flash e l’Islam che uccide

*C’è un filo che unisce certe vite, certi luoghi, certi giorni.*
*Non un filo d’oro, né di seta. È una corda ruvida, sporca di polvere e sangue secco. È la legna rossa: quella che brucia sottopelle, e ogni tanto esplode. **Non si tratta solo di notizie. **Non è politica. **Questa è una storia che mi ha sfiorato. Non mi ha travolto. Ma è passata a pochi centimetri. Come una scheggia che buca l’aria, ma non la pelle. Però si sente. E non si dimentica.*

**1. La reception**

*Lavorava in un hotel del sud della Thailandia. Forse a Pattani, forse a Yala. Non è importante il nome, quanto l’aria che si respira lì: aria densa, immobile, carica di sospetto.*

*È un’amica di mia moglie. Era di turno alla reception. Poi, per un caso qualsiasi, si è allontanata un attimo per cambiarsi. Una routine.*

*In quell’esatto momento, una bomba è esplosa davanti al banco dove aveva lavorato tutto il giorno.*
*La collega che è rimasta, è finita all’ospedale per mesi. Lei no. È viva.*
*Lo racconta con la voce piatta di chi non si aspetta più nulla. Come se fosse normale vivere in mezzo a un conflitto invisibile, dove i monaci vengono uccisi per strada e gli insegnanti devono farsi scortare per andare a scuola.*

*E io ascolto. E capisco che non è lontano da me. Perché conosco quella persona. E quel giorno non è successo a qualcuno, è successo a lei. E quindi, anche un po’ a me.*

**2. Bangkok, agosto 2015**

*Era agosto. Bangkok, densa, umida, viva.*
*Siam Square, la metropolitana, la città normale.*

*Poi, improvvisamente, le ambulanze. E una chiamata di mia suocera. Era agitata, chiedeva se stavamo bene. **Avevano appena colpito il tempio di Erawan, accanto al Grand Hyatt. Una bomba, venti morti, tanti feriti. Gente che passeggiava, pregava, aspettava l’autobus.*

*Quella sera cenavamo a Il Bolognese. Ricordo una Bangkok spettrale, vuota, come se qualcuno avesse tirato giù il volume del mondo. **Era difficile anche trovare un taxi. **E negli ospedali la folla donava sangue, senza clamore. Silenziosamente. Come si fa quando la paura è vera.*

*Non ero al tempio, non avevo amici coinvolti. Ma ci passavo spesso. Quel luogo è parte della mia mappa mentale. E quando un posto che conosci diventa un cratere, cambia anche il modo in cui guardi la città.*

**3. Kuta, Bali 2002**

*Amo Bali. Come David Bowie, che ha voluto che le sue ceneri fossero disperse lì.*
*C’ero stato più volte. E un giorno mi trovai davanti al memoriale di Kuta, dedicato ai 202 morti dell’attentato del 2002.*

*È un monumento nero. **Con i nomi.*
*Non solo turisti. Non solo occidentali. Anche balinesi. Anche indonesiani.*

*In quel momento, davanti a me, due ragazze musulmane con il velo si fecero un selfie.*
*Risero. Fecero con le dita il segno della “V”. Vittoria.*

*Quella scena non riesco a cancellarla. Non so se erano ingenue, provocatrici, indifferenti. Ma quella “V” era uno schiaffo.*
*Non ho mai voluto razionalizzarla.*
*Troppa rabbia. *
*In quel gesto, davanti a quei nomi, c’era tutto il disprezzo possibile. Non solo per i morti, ma per l’idea stessa che esista qualcosa di sacro, di condiviso, di umano.*

**4. Pune, India 2010**

*Sono stato a Pune 25 anni fa, all’ashram di Osho.*
*Era un luogo irreale. Quasi Singapore in India. Mentre fuori tutto era ancora cencioso, alla Moravia, alla Pasolini, lì dentro c’era ordine, marmo, giardini.*
*Uscivamo nel pomeriggio e andavamo alla German Bakery. Si mangiava qualcosa, si parlava, si scrivevano mail nel primo internet shop della città. Era un’India che sognava.*

*Anni dopo, anche quel luogo è esploso.*
*Un’altra bomba. Altri morti.*
*Io non c’ero più. Ma non importa.*
*Chi ha conosciuto quei posti, chi li ha amati, chi li ha vissuti, sente ogni bomba come una crepa nel proprio passato.*
*È solo una questione di tempo. Di orologio. Di calendario.*
*Loro sono morti subito. Io, qualche anno prima.*
*Ma siamo stati nello stesso luogo. E quindi, per un attimo, nello stesso destino.*

**E adesso?**

*Nessuno si scusa. Nessuno si dissocia. Ogni volta che succede, ci si affretta a cambiare argomento. A dire che non è l’Islam, che non è quello vero. Ma le bombe, gli attacchi, le stragi, portano quasi sempre lo stesso marchio: sono firmati da gruppi salafiti jihadisti, fondamentalisti sunniti che sognano un califfato medievale, e che leggono il Corano come un’arma, non come una guida.*
*Sono loro. Eppure le bombe continuano. E le “V” si moltiplicano.*

*A volte mi pare di rivivere la stagione dei “compagni che sbagliano”. Quando nessuno voleva davvero guardare in faccia il male. Lo si copriva, lo si razionalizzava, lo si spiegava via.*

*Ma io non riesco più a spiegare. Mi sono rimaste solo le immagini. E un pensiero che si spezza ogni volta che ci provo. L’Oriente, che un tempo sembrava promessa, bellezza, salvezza, oggi è ferito, ambiguo, pericoloso. Non tutto. Ma abbastanza. E il vento che un tempo portava incenso, ora porta cenere.*

*E io, che da quei luoghi non sono mai stato troppo lontano, sento che il vento arriva. E arriva verso casa.*

20 novembre

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