Ci sono giornalisti che fanno domande per mestiere, e giornalisti che fanno domande come si lancia un coltello.
Abbiamo scritto pochi giorni fa della Fallaci come necessità personale e collettiva. Oggi sentiamo l’urgenza di celebrare la coerenza di Rachel Scott. Lei non ha l’aria della rivoluzionaria: capelli raccolti, voce ferma, nessuna posa da martire. Eppure, davanti ai potenti, è lei a dettare il ritmo.
Ad Anchorage, con Trump e Putin sul tappeto rosso, ha osato dire l’ovvio: «Fermerà l’uccisione di civili?». Putin si gratta l’orecchio, finge sordità improvvisa. Trump guarda altrove. L’aria trema, ma lei resta lì, con quella domanda sospesa come una lama.
L’incontro di Anchorage, del resto, non ingannava nessuno. Tutti noi sapevamo che non avrebbe portato da nessuna parte: troppo scaltro Putin e troppo pavido Trump perché qualcosa potesse davvero essere deciso. Semplicemente una perdita di tempo agli occhi del mondo, o al massimo un guadagno di tempo per Putin.
Non è la prima volta che Scott rompe lo schema. Nel 2021, a Ginevra, ricordò a Putin la lista dei suoi oppositori “morti, incarcerati o avvelenati”: «Di cosa ha paura?». A Trump, invece, chiese: «Perché gli elettori neri dovrebbero fidarsi di lei?». Risultato: attacchi, insulti, la solita accusa di “fake news”. Eppure ogni insulto, nel suo caso, suona come una medaglia al valore.
Chi è, allora, questa donna che non arretra? Rachel Scott è nata a Los Angeles nel 1993. Laureata alla USC Annenberg School of Journalism, è entrata in ABC News nel 2015, partendo dietro le quinte. Nel 2020 era già corrispondente dalla Casa Bianca, nel pieno della pandemia. Oggi è senior congressional correspondent. Una carriera costruita senza clamori, ma con costanza, fino al momento in cui una domanda davanti a Putin l’ha trasformata in simbolo globale.
Rachel Scott non è Anna Politkovskaja — e per fortuna. Non vive a Mosca, ma a Washington. Non rischia la vita a ogni articolo, ma solo un insulto di Trump o un finto acufene di Putin. Altrove sarebbe già stata silenziata. Negli Stati Uniti, invece, può continuare a fare ciò che fa meglio: chiedere quello che nessuno osa.
Le strette di mano di Anchorage mi hanno lasciato l’amaro in bocca, come i tappeti rosso sangue sui quali hanno camminato i due presidenti bugiardi. Uno show sgradevole e inutile, ad uso degli sciocchi. Per questo — ben venga Scott. In quel teatrino cerimoniale, la sua voce è stata l’unica nota vera, stonata quanto basta da ricordarci che la realtà non si può insabbiare con un sorriso e un flash.
E non è sola. Negli Stati Uniti ci sono ancora voci che resistono. Christiane Amanpour, decana delle interviste impossibili, che ha attraversato Sarajevo e Teheran senza perdere la lingua affilata. Jake Tapper, volto della CNN, che preferisce rischiare l’impopolarità piuttosto che l’acquiescenza. Jonathan Swan, giovane ma già feroce, capace di incalzare Trump con i dati stampati in mano, fino a costringerlo al balbettio. Non sono molti, ma ci sono. E la loro esistenza dice che non tutto è perduto: vi è ancora vita, vi è ancora dignità nella parola pubblica.
Il giornalismo del futuro non avrà bisogno di eroi tragici, ma di persone come loro: ironiche, dirette, capaci di fare la domanda giusta al momento sbagliato. Il tipo di domanda che lascia muti i potenti e meno soli i cittadini.
E allora sì, Rachel Scott coltiva la nostra speranza. Non la speranza ingenua che un tiranno possa cambiare per una frase. Ma la speranza adulta, più difficile: che ci sia ancora chi non abbassa lo sguardo. Che la verità, ogni tanto, possa ancora entrare in sala.
In tempi in cui i potenti parlano senza dire e i giornalisti chiedono senza chiedere, Rachel Scott ci ricorda una verità elementare: non serve alzare la voce per far tremare il palazzo, basta una domanda che nessuno vuole sentire.
17 agosto
