Ci sono libri che si scelgono, e altri che ci aspettano in silenzio. In fondo a una libreria alta, dietro una doppia fila di saggi accatastati per fretta più che per ordine, è riemerso un titolo che credevo perduto: “Come gli stregoni hanno conquistato il mondo”, traduzione italiana (di una casa editrice meritevole – andata a gambe all’aria come tante altre) dall’inglese “How Mumbo-Jumbo Conquered the World”. L’autore: Francis Wheen, giornalista britannico dalla penna tagliente, oggi semidimenticato. Non so più dove e quando l’abbia comprato. Ma so che oggi, riaprendolo, mi è sembrato un libro più attuale di tutti quelli usciti quest’anno.

Lo stregone era tra noi. E noi, presi dal rumore, non lo avevamo ascoltato.

Francis Wheen non è un profeta. Non è un filosofo. È, semplicemente, un uomo colto, arrabbiato e ironico che ha osservato il mondo agli inizi del nuovo millennio e ha capito — con anticipo inquietante — che stava andando tutto storto. Che la ragione si stava ritirando, silenziosa e senza rumore, mentre al suo posto tornavano in auge credenze, fanatismi, narrazioni mitologiche e logiche tribali. Non nei deserti del Medio Oriente, ma nei grattacieli di Londra, nei salotti televisivi, nelle università, nei mercati finanziari, nei corsi di formazione aziendale.

Con humour perfido, scrive:

«Keep an open mind!, dicevano i conduttori televisivi mentre mandavano in onda il falso video dell’autopsia aliena di Roswell. Il Daily Telegraph replicò: If you open your mind too much, your brain may fall out.»

Là dove gli altri celebravano la “mente aperta”, Wheen ricordava che anche le fessure mentali possono diventare voragini. Soprattutto se la ragione non le presidia più.

Il libro è una specie di autopsia morale e intellettuale del mondo contemporaneo. Wheen parte dalla constatazione che l’Illuminismo — quel lungo sforzo per costruire una civiltà basata su fatti, ragionamenti, scienza e diritto — è finito. Non in un’esplosione, ma in una risata. La ragione, dice, è stata sconfitta non da una nuova ideologia, ma da una marea montante di sciocchezze travestite da verità.

«Cults, quacks, gurus, irrational panics and disordered thinking»: culti, ciarlatani, panico isterico e pensiero sgangherato — questo è il nuovo panorama che descrive. Un’epoca che si crede razionale, ma agisce come una tribù pre-scientifica dotata di wi-fi.

E il dramma è che le nuove superstizioni non vengono più dai margini. Sono sistemiche. Il mercato è diventato una religione. I manager, dei sacerdoti. Gli economisti, oracoli. I giornalisti, narratori di favole ansiogene. Le università, templi del relativismo dove reality, la realtà, può essere pronunciata solo tra virgolette.

Wheen non fa distinzioni ideologiche. Ce l’ha con la sinistra che ha smesso di pensare, con la destra che ha iniziato a credere, con il giornalismo ridotto a storytelling e con l’accademia che ha deciso che non esiste più la verità, ma solo interpretazioni.

«Molti studenti delle discipline umanistiche hanno imparato che il mondo è solo un ‘testo’ socialmente costruito, su cui si può dire qualunque cosa si voglia, purché lo si dica in modo sufficientemente oscuro.»

E così, mentre ci preparavamo a combattere le fake news e l’analfabetismo scientifico, avevamo già smesso di credere alla scienza, alla realtà, persino all’evidenza. Il mondo era diventato un talk show dove ognuno ha diritto alla propria versione dei fatti — purché sappia raccontarla bene.

Il capitolo più feroce è dedicato al culto del mercato, vera e propria divinità moderna. Wheen descrive l’ideologia neoliberista degli anni Ottanta come un ritorno del pensiero magico sotto mentite spoglie. Reagan e Thatcher parlano del mercato con le stesse metafore che un tempo si usavano per Dio. I guru economici, come Milton Friedman, diventano sacerdoti. La “mano invisibile” sostituisce il giudizio. Le crisi finanziarie sono interpretate come flagelli purificatori.

«L’ideologia del libero mercato era diventata una superstizione, tanto quanto le danze della pioggia o le previsioni astrologiche.»

Ma con conseguenze più letali. Perché dietro lo storytelling neoliberale si è costruita una diseguaglianza strutturale che Wheen vede già allora come irreversibile, sostenuta da guru da palcoscenico, libri di motivazione e paccottiglia new age.

E poi c’è la guerra. L’11 settembre. L’invasione dell’Iraq. L’“asse del Male”. Wheen osserva come la politica mondiale si trasformi in una soap opera morale, dove Bush e Bin Laden sono due personaggi speculari dello stesso dramma biblico.

«Tutti, dopo l’11 settembre, avevano smesso di pensare. Alcuni parlavano di segni dell’Apocalisse. Altri di punizione divina. Altri ancora di crociate. Ma l’unica cosa certa è che la ragione era scomparsa.»

Era il 2004. Noi oggi possiamo solo prendere atto che quella struttura del pensiero è rimasta, consolidata e diffusa. Che i talk show urlano. Che i social diffondono cospirazioni. Che la razionalità è diventata una minoranza esistenziale. E che la superstizione è ormai istituzionale.

Dopo Francis Wheen non ha scritto molto. Forse si è stancato. Forse ha preferito lasciarci soli, con i nostri incantesimi quotidiani. Ma quel libro, rimasto a dormire su uno scaffale, oggi torna a parlarci con la violenza e la grazia di ciò che era stato dimenticato ma aveva capito tutto.

E allora sì, lo stregone era tra noi. Ma non era quello con il cappello a punta. Era l’uomo con la penna inchiostrata d’ironia, che ci diceva — tra una risata e un’invettiva — che la stupidità collettiva è una decisione, non un destino.

E che ogni tanto, leggere davvero un vecchio libro, può salvare più di mille podcast, scorciatoie cognitive per i pigri e gli sciatti. Oddio come li destesto!

5 ottobre

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