Di prima mattina, a nord di Milano, Viale Zara è già in movimento.
Il traffico sfila sotto i cavalcavia in direzione della periferia postindustriale. Tra i palazzi anni Settanta e gli edifici più recenti, in una zona che ha conosciuto prima la fatica e poi l’ambizione, si apre il campus della Bicocca. È qui che ha sede Pirelli, uno dei simboli più longevi dell’industria italiana.
Un marchio nato nel XIX secolo, cresciuto con l’automobile, che ha attraversato guerre, crisi, riconversioni. E che negli ultimi dieci anni ha vissuto la sua stagione più ambiziosa e contraddittoria: quella del controllo cinese.
La storia inizia nel 2015. Il mondo è ancora innamorato dell’idea che il capitale sia senza bandiera. Pirelli viene acquisita dal colosso statale ChemChina per 7,1 miliardi di euro, in quella che è considerata la più importante operazione cinese mai realizzata in Italia. L’intesa prevede una sostanziale autonomia gestionale per il management italiano, con Marco Tronchetti Provera confermato al timone. Ma la sostanza è chiara: il pacchetto di maggioranza è passato a Oriente. Un quarto di secolo dopo la svendita di Telecom Italia, la Cina entra dalla porta principale nella storia industriale milanese. All’epoca, la narrazione è positiva: si parla di cooperazione, di apertura, di sinergie. Pirelli abbandona il settore dei pneumatici per mezzi pesanti, ceduto alla neonata Prometeon, e si concentra sui prodotti premium ad alta tecnologia. La visione è chiara: vendere pneumatici di lusso, intelligenti, connessi, a una classe globale di consumatori sempre più esigenti.
Nel 2017, Pirelli torna in Borsa, con una IPO da 2,3 miliardi. Il 45% viene collocato sul mercato, ma il gruppo resta saldamente in mano a ChemChina – che, nel frattempo, si fonde con Sinochem. La governance è ibrida, tecnicamente bilanciata. Ma il peso cinese è dominante.
Poi il mondo cambia.
La guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina, l’inversione della globalizzazione, l’arrivo della pandemia, e soprattutto l’emergere di una nuova sensibilità strategica europea cambiano tutto. L’Unione Europea comincia a interrogarsi su chi controlla i dati, le tecnologie, le infrastrutture critiche. E in Italia si rafforza il cosiddetto Golden Power: lo strumento normativo con cui Palazzo Chigi può intervenire per proteggere settori considerati strategici. Nel 2022, Pirelli annuncia lo sviluppo del Cyber Tyre, pneumatico intelligente dotato di sensori in grado di raccogliere e trasmettere dati in tempo reale sulla guida.
Una meraviglia tecnologica, certo. Ma anche una potenziale minaccia, se questi dati finissero – anche solo indirettamente – sotto controllo straniero.
Il governo Draghi prima, e quello Meloni poi, cominciano a muoversi. Nel 2023, l’esecutivo interviene ufficialmente: impone a Sinochem limitazioni nell’accesso alle informazioni sensibili e un obbligo di consenso preventivo su nomine e decisioni strategiche. La tensione sale. Sinochem detiene ancora il 37% del capitale. Ma la sua influenza si sgretola.
La rottura si consuma il 28 aprile 2025. Nel consiglio di amministrazione della Bicocca, con 9 voti favorevoli e 6 contrari, Pirelli delibera che Sinochem non esercita più il controllo sulla società, secondo il principio contabile internazionale IFRS 10. Un atto tecnico, ma carico di significato. Il gruppo cinese protesta, rivendica i propri diritti, ma non può opporsi. Il voto è motivato anche da un’esigenza strategica: evitare che gli Stati Uniti, nell’ambito delle leggi CHIPS e sulle tecnologie sensibili, chiudano il mercato a una società considerata “controllata dalla Cina”. Negli USA, Pirelli realizza oltre il 20% del suo fatturato. Il rischio di essere esclusa da gare, forniture e accordi con case automobilistiche era diventato insostenibile.
Così, in un ufficio elegante e sobrio, tra pareti in vetro e parquet silenziosi, termina una storia durata dieci anni. La “Pirelli cinese” – nata sotto i segni della cooperazione e della fiducia – viene smontata pezzo dopo pezzo. Rimane il capitale cinese, certo. Ma non più il potere. E a decidere la linea sarà, ancora una volta, la parte italiana della governance.
Che cosa ci racconta questa storia?
Molto più di quanto sembri. Che la globalizzazione del XXI secolo non è stata un viaggio lineare, ma una spirale. Che i capitali, per quanto mobili, devono fare i conti con la geografia, con la strategia, con la politica. Che la tecnologia – e soprattutto i dati – sono diventati il nuovo campo di battaglia.
E forse racconta anche qualcosa sull’Italia.
Un Paese che, tra esitazioni e tardive consapevolezze, ha cominciato a capire che difendere l’industria non è provincialismo, ma intelligenza.
Che non si può essere nazione sovrana senza controllo sulle proprie tecnologie chiave. La Bicocca, oggi, non è più il cuore pulsante di una multinazionale sino-italiana. È tornata ad essere una cittadella italiana aperta al mondo, ma consapevole del proprio baricentro.
A fine giugno 2025, la situazione è ancora fluida. Sinochem non ha formalmente dismesso la sua quota, ma il baricentro si è spostato. E in Europa, la vicenda Pirelli è ormai vista come un precedente simbolico nel nuovo paradigma industriale post-globale
E tra le scrivanie in rovere, le installazioni d’arte e il rumore discreto dei passi in corridoio, si respira un’aria nuova. Più sobria, forse più prudente. Ma più autentica.
20 giugno
