C’è qualcosa di profondamente rassicurante nel gesto di aprire una vecchia guida ferroviaria, come se le dita tornassero a toccare i margini ordinati di un mondo che – per un attimo – pare ancora cartografabile. Così ha fatto Michael Portillo, ex ministro britannico dai modi affabili, oggi gentiluomo del piccolo schermo. Con la sua inconfondibile giacca sgargiante e una copia logora della Bradshaw’s Guide del 1840 in mano, Portillo ha riportato alla luce non solo un libro dimenticato, ma un’intera geografia del sogno.
Nel suo format televisivo “Great Continental Railway Journeys”, ha ridato voce alla più celebre delle guide ferroviarie ottocentesche, trasformando l’oggetto da reliquia editoriale a portale narrativo. Portillo non recita, osserva. Non racconta per stupire, ma per ricordare. E così la Bradshaw, con le sue tabelle fitte di coincidenze e i suoi sommessi consigli di viaggio, torna a vibrare di significati: è la mappa di un’Europa sognata, di un mondo che – prima di diventare iperconnesso – si lasciava conoscere a ritmo di ruote d’acciaio e soste lunghe nelle stazioni.
Ma la Bradshaw, com’è noto, non si fermava a Calais.
Nel suo silenzioso espandersi verso est, la guida accompagnava i lettori anche nel cuore palpitante dell’Asia coloniale. Una delle sue edizioni più suggestive, datata 1903, disegna le rotte che da Bombay portavano fino alla Birmania e oltre, toccando nomi oggi quasi leggendari: Rangoon, Mandalay, Moulmein.
E proprio la Birmania, oggi Myanmar, sembra vivere in quelle pagine con un’aura sospesa. La guida descrive Rangoon come “una città che sorride sotto le palme, ornata di cupole dorate che scintillano tra le brume del mattino”. Si cita la grande Shwedagon Pagoda, “visibile da ogni angolo della città come un faro spirituale”, e il viaggiatore è invitato a esplorare con lentezza le rive dell’Irrawaddy, dove “le barche sembrano scivolare nel silenzio e ogni villaggio è un punto di poesia tra le risaie”.
Proseguendo verso est, la Bradshaw conduceva nel Siam, l’odierna Thailandia, ancora avvolto in un’aura regale e autonoma, mai formalmente colonizzato. Bangkok vi appare come una capitale d’acqua e di silenzio, dove i canali si intrecciano come vene di una città che respira lentamente. La guida parla dei templi “dalle guglie che sembrano fiamme d’oro al tramonto” e delle barche di legno che trasportano orchidee, riso, spezie e parole.
Il Siam, agli occhi dell’Europa, era l’ultimo Oriente elegante, l’ultimo regno che sapeva dialogare con l’Occidente senza piegarsi.
Una nota a margine – poco più di una riga – ricorda che “il Re di Siam ha fatto costruire una linea ferroviaria fino ad Ayutthaya, antica capitale, tra rovine e laghi di loto”. Basta quell’accenno, e l’immaginazione viaggia: treni lenti tra statue reclinate e giardini sommersi di silenzio.
Proseguendo oltre i confini del Siam, la Bradshaw si avventurava nei territori dell’Indocina francese, dove la lingua di Voltaire conviveva con le fronde del bambù e i profumi di citronella. La guida annotava tratte ferroviarie in costruzione, faticosamente aperte tra le giungle dell’Annam e le risaie del Tonchino, e descriveva Hué come “una città imperiale cinta d’acque, dove i draghi si piegano nei bassorilievi e l’aria sa di incenso e umidità”.
Saigon, invece, appariva già allora come un crocevia in fermento, “un piccolo Parigi tra palme e mandarini”, con boulevards alberati e caffè colonniali che guardavano al futuro senza smarrire la grazia del passato.
Infine, all’estremo margine delle sue rotte orientali, si raggiungeva Singapore: “porto ordinato, città giardino, avamposto del mondo”, così la definiva una nota del 1913. La guida ne elogiava il sistema postale, le connessioni navali, le ferrovie interne, ma tra le righe lasciava intravedere qualcosa di più: l’inizio del mondo moderno, quello che corre, che accumula, che non guarda più indietro.
Era forse lì, tra le strade precise di Singapore e i treni che partivano puntuali, che il sogno romantico del viaggio cominciava a cedere il passo alla logistica.

 

Nota pratica – Dove trovare una Bradshaw

Per chi desidera oggi tenere tra le mani una Bradshaw’s Guide, non è necessario essere collezionisti esperti, ma è bene muoversi con un po’ di pazienza e sensibilità bibliografica. Le edizioni più accessibili sono le ristampe anastatiche pubblicate negli ultimi vent’anni, spesso reperibili su Amazon o AbeBooks a prezzi contenuti (tra i 20 e i 50 euro), perfette per chi vuole immergersi nel tono e nella struttura originale della guida senza la pretesa del pezzo raro.
Per chi cerca invece un’edizione autentica – in inglese, su carta ormai color crema, magari con la rilegatura in tela rossa – il consiglio è di affidarsi a librerie antiquarie online oppure a mercati come eBay (soprattutto UK) o Alibris. I prezzi variano sensibilmente a seconda dell’anno, dello stato di conservazione e della specificità geografica: una Bradshaw sull’India o l’Estremo Oriente dei primi del ’900 può costare tra i 120 e i 300 euro, mentre le edizioni europee più comuni oscillano tra i 60 e i 150.
Alcuni indizi da osservare:
  • La dicitura completa dell’editore: Bradshaw’s Handbook, George Bradshaw, London.
  • Le mappe pieghevoli all’interno (non sempre presenti, ma molto ricercate).
  • La presenza di annotazioni a margine: piccoli segni a matita, date, correzioni, che trasformano ogni copia in un pezzo unico.
Acquistare una Bradshaw non è solo un gesto per collezionisti: è un atto di affetto verso un’epoca in cui la distanza si misurava in giorni, e la meraviglia aveva bisogno di coincidenze.
Attualmente, sono disponibili alcune ristampe delle guide Bradshaw che trattano l’Indocina. Ecco alcune opzioni:​
Bradshaw’s Through Routes To The Capitals Of The World, And Overland Guide To India, Persia, And The Far East (Hardcover)
Questa ristampa in copertina rigida è disponibile presso Quail Ridge Books al prezzo di $40.95.
11 luglio

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