I soldati non piangono più. Al massimo si surriscaldano.
Hanno quattro zampe, un giroscopio interno e un’antenna sul dorso. Non chiedono né patria, né paga. Al massimo: un aggiornamento firmware.
Eccoli lì: i cani-robot della democrazia americana, schierati tra carri armati, palloni aerostatici e bande militari a stelle e strisce, nella parata voluta da Trump per celebrare… se stesso? la nazione? il prossimo videogioco elettorale?

Dietro di loro, l’eco di un mondo che abbaia ma non morde più.
Davanti, i droni.

Il Vision 60 americano ha lo sguardo assente delle creature nate dal Pentagono e cresciute a TikTok. Lo chiamano “unità quadrupede autonoma”, ma in realtà obbedisce a tutto fuorché all’autonomia. Scodinzola per le basi della Space Force, pattuglia il deserto del Nevada, si presta per selfie istituzionali: lo hanno visto persino armato di fucile, come un Clint Eastwood in salsa robotica. Ma la verità è che non ha mai sparato un colpo.

La Cina, ovviamente, ha risposto.
Non con le parole, ma con video propagandistici da far impallidire Black Mirror: Unitree Go1 con fucili d’assalto, cani che salgono scale e ricevono ordini vocali, il tutto tra giungle artificiali e sorrisi PLA. Sembrano usciti da un cartone animato militare per adulti disillusi.

Un tempo c’erano aquile, leoni e draghi. Oggi ci sono cani di metallo, con nomi da startup e istinti da algoritmo.

È come se le due superpotenze avessero scelto un animale comune e traditore – il cane, appunto – per metterlo in divisa e vedere chi riesce a farlo sembrare più letale, più obbediente, più virile. Ma quello che si mostra in questa corsa è soprattutto un’ansia identitaria postumana: la paura di perdere il soldato, l’eroe, il martire… e di ritrovarsi con un esercito senza volto, senza funerali, senza narrazione.

Durante la parata – evento metà Fellini, metà Fox News – il presidente-marziano, come già lo chiamava Teddy Brown, ha sorriso vedendo il cane-robot.
“Questo non morde. Ma può difendere la libertà meglio di certi giornalisti”, avrebbe detto. La battuta è apocrifa, ma verosimile. Come tutto il resto.

L’America di Trump non vuole più combattere guerre: vuole girare trailer. E i cani-robot sono perfetti per questo. Non puzzano. Non chiedono la pensione. Non votano Sanders. Intanto, dall’altra parte del Pacifico, i “robowolves” sfilano nei documentari patriottici. Hanno batterie che durano meno di una sigaretta, ma nel video sembrano imbattibili. Armi, comando vocale, fiuto digitale. Eppure – raccontano gli esperti – basta un sasso ben lanciato o un pantano per farli rovesciare come tartarughe impaurite.

In fondo, la guerra del futuro potrebbe decidersi per una pozzanghera.

Cani-robot, droni letali, intelligenze artificiali da combattimento … Eppure, nel cuore segreto dei generali, c’è sempre una nostalgia inconfessabile per quel soldato impolverato, sudato, vivo. Che sbaglia, si innamora, diserta. E, se serve, scrive lettere a casa.

I robot non scrivono lettere. Non amano. Non tremano. Non ricordano.

Gli imperi, invece, continuano a giocare alla guerra come bambini con i pupazzi. Ma quei pupazzi ora hanno le zampe motorizzate.

Epigrafe privata

Io ho 60 anni.
Sono nato con il telefono a gettone e i film con Rex, il pastore tedesco che salvava i bambini.
Sono cresciuto credendo che il futuro avrebbe avuto altri cani, altri eroi.
E invece morirò vedendo queste cose di latta, queste caricature meccaniche, queste guerre simulate da militari con joystick.

2 ottobre

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