Questo è Samizdat!
Avete notato? Al Corriere della Sera sembra abbiano deciso che Trump è troppo interessante per essere archiviato, ed ecco l’articolo:
“Trump «senza precedenti»? Per prevedere le sue mosse basta studiare Nixon. Lo spiega un grande storico”,
di Federico Speichellecker Rampini.
Troppo potente per essere ignorato. Troppo utile per essere odiato senza riserve.
E allora eccoli lì, gli editoriali del nuovo corso: intelligenti quel tanto che basta da sembrare sofisticati, ma sempre pronti a trovare un appiglio, una giustificazione, un parallelo stiracchiato — Nixon, le crypto, i mercati, persino l’ombra di Kissinger che aleggia tra le righe come un fantasma nobile di realpolitik.
Federico Rampini, che da tempo gioca a fare il giornalista dopo aver completato in sé tutta la rivoluzione che lo ha portato dall’essere comunista a granitico trumpiano, ci serve su un piatto d’argento Niall Ferguson, accademico brillante ma da anni in caduta libera verso un sentimento reazionario.
Così Trump diventa Nixon. Non un criminale seriale in perenne delirio di onnipotenza, ma un grande solitario, un uomo solo al comando, vittima dei suoi tempi. Un classico americano, insomma.
E se anche mentisse, lo avrebbe già fatto qualcun altro — quindi perché scandalizzarsi?
La verità è che questa non è analisi: è redazione aziendalista. È il tentativo disperato di rientrare nel flusso delle cose che contano, dove i soldi, i voti e i deliri si mescolano e si trasformano in potere. E per farlo, bisogna trovare una narrativa nobile persino al caos.
“Trump non è nuovo, è solo americano.”
“Le sue crypto sono folli, ma geniali.”
“Il suo protezionismo è rozzo, ma inevitabile.”
C’è sempre un ma, un tuttavia, una mano tesa al lettore borghese che, tutto sommato, a Trump non ci crede — ma non gli dispiacerebbe se vincesse.
È la stampa post-democratica: la stessa che ti dice “è tutto relativo”, mentre ti prepara il veleno in tazzina. Con un biscotto.
Così Rampini, il più elegante dei revisionisti liberali, sfodera Ferguson. Non un idiota, ma peggio: uno storico di destra per rendere ogni crimine un “precedente storico”.
Trump? Come Nixon. Anzi meglio: più rozzo, quindi più autentico. E chi lo teme è solo un’élite isterica incapace di leggere il reale. Applausi dalla redazione. Il trucco è sottile: far passare il caos per ciclo, la disgregazione per evoluzione, l’autoritarismo per pragmatismo americano. E mentre Trump si traveste da inevitabilità storica, il Corriere fa da specchio complice.
Ogni follia diventa strategia. Ogni farsa, geopolitica. Le criptovalute? Visionarie. Il protezionismo? Lucido. L’assalto al Congresso? Uno scompenso sistemico, certo, ma contenibile. Basta crederci. Ma non è contenibile. È già uscito.
Trump non è Nixon. Nixon temeva la stampa. Trump la domina. Nixon aveva un piano segreto per il Vietnam. Trump ha pronto un piano segreto per l’Ucraina ed ha già pronto un tweet. E voi, al Corriere, continuate a chiamarlo “fenomeno politico”.
Il Corriere della Sera non analizza Trump. Lo lucida. Lo spolvera. Gli trova non solo dei precedenti, ma dei padri putativi. E così Trump diventa Nixon,
e Ferguson — ormai ridotto a ghostwriter della nostalgia neocon — fa da garante. Rampini raccoglie e rilancia come un PR del male minore.
Il risultato?
Un Trump nobilitato, spurgato, ripulito. Non più una minaccia per la democrazia, ma un sintomo interessante. Un caso da studiare. Una possibilità da considerare. Qui non c’è più giornalismo. C’è il cinismo del vecchio liberalismo che ha perso il senso della storia. È il Truman Show dell’@merica di oggi:
ogni delirio diventa dottrina, ogni sparata fiscale si tramuta in “vision”. Le criptovalute? Geniali. Il protezionismo? Incompreso ma coerente. L’attacco all’ordine costituzionale? Un modo come un altro per ridefinire le istituzioni.
Il Corriere oggi è questo.
Rampini? Vorrebbe sedergli accanto su un aereo privato, ordinare un bourbon e dirgli:
“Vede, Presidente, io la capisco. Anche noi europei abbiamo i nostri piccoli woke, i nostri giudici, vero?”
Non restano anticorpi. Solo editorialisti che prendono appunti mentre il populismo gli svuota la cassa.
Trump non è Nixon. È la fine del mondo in diretta. E il Corriere, invece di urlarlo, lo sfoglia. Il Corriere non è più un giornale. Ci distraiamo un attimo. Guardiamo fuori dalla finestra. Passa un corvo, un’ambulanza, ci arriva una notifica del dentista, e quando torniamo al Corriere — bam — Rampini ha già scritto un nuovo articolo in difesa di Trump.
Questa volta il titolo è:
“Perfino la California si ‘trumpizza’? La svolta di Newsom” (14 maggio 2025).
Rampini ci spiega che Gavin Newsom, governatore della California e fino a ieri idolo progressista, starebbe adottando politiche sempre più simili a quelle di Trump: tolleranza zero contro i senzatetto, tagli all’accoglienza degli immigrati irregolari, e protezionismo a sostegno di Hollywood. Non una critica, attenzione: una constatazione compiaciuta. Anzi, un segnale di “realismo politico”. Come dire: anche i liberal veri, alla fine, capiscono Trump.
E noi? Niente, rimaniamo storditi. Ci avevano detto che Newsom era l’anti-Trump. Che era l’opposto. Il futuro. Ma ecco che Rampini lo piega al racconto del giorno, lo inserisce nel flusso, lo “trumpizza” per decreto editoriale. Non ce la facciamo. Davvero. È come inseguire una trottola su un pavimento inclinato. L’uomo che fu agitprop comunista, poi corrispondente amico dei salotti liberal, poi fustigatore dei “radical chic”, oggi firma pezzi in cui Trump è Nixon, Newsom è Trump, e tutto si tiene — basta raccontarlo nel modo giusto.
Un giorno è realismo, un giorno è storia, un giorno è Silicon Valley in chiave sovranista. Ogni articolo una giravolta, ogni paragrafo un rebranding della realtà. Il problema non è Trump. Il problema è la retorica trasformista di chi scrive per giustificarlo — e per restare rilevante.
Noi volevamo solo leggere un giornale. Ci ritroviamo a decifrare un oroscopo geopolitico firmato da un ex rivoluzionario in saldo. E oggi? Miracolo economico.
3 luglio 2025. Ancora una volta Rampini. Ancora una volta il Corriere.
Titolo: “Il mistero glorioso dell’economia americana (che addirittura accelera)“.
La parola chiave? Glorioso. Rampini è ormai passato dal commentare al celebrare. L’economia americana cresce contro ogni previsione, e questo basta a farne un miracolo. Poco importa che dietro ci sia un indebitamento fuori scala, una disuguaglianza strutturale, una Fed che gioca con il fuoco e un dollaro che regge solo finché il mondo lo sopporta. Rampini non analizza. Beatifica. L’economia americana è resiliente, innovativa, brillante. Ma soprattutto: incontrastata. E quindi: da ammirare. Da invidiare. Da imitare, se possibile.
È l’ultimo stadio della torsione: Dopo aver “trumpizzato” la politica, ora si “glorifica” anche il sistema. Ogni dato macroeconomico diventa conferma di una visione — non di una fragilità, ma di un destino.
L’economia americana accelera? E allora non ci resta che correre dietro. Rampini scrive come se Trump avesse già vinto, come se gli Stati Uniti avessero trovato nell’eccezionalismo la loro forma più pura — anche se questa eccezionalità si basa sul debito, sulla disuguaglianza e sul culto del potere nudo.
Potremmo dirlo, una volta per tutte:
L’economia americana non è gloriosa.
È intelligente, spregiudicata e drogata.
Ha inventato un sistema che funziona finché gli altri ci credono.
Ma non è detto che regga per sempre.
E chi lo celebra senza riserve, forse, dovrebbe spiegare cosa accadrà quando la fiducia finirà, e il dollaro tornerà a essere solo carta. Negli stessi giorni in cui l’Atlanta Fed stima un +2,5% di crescita annua e Wall Street batte l’ennesimo record, il debito pubblico USA supera i 34.800 miliardi di dollari,
il Tesoro emette bond come se il futuro fosse un dettaglio trascurabile, e la disuguaglianza sociale resta ai massimi da un secolo. Non è un mistero. È un gioco. E funziona solo perché il dollaro è ancora il perno del sistema mondiale.
Rampini parla di “resilienza” americana. Ma dietro quella parola muscolare si nasconde il più classico dei trucchi: lo Stato spende, e tanto.
In un Paese dove si invoca il mercato come oracolo, il motore vero della crescita recente è pubblico: sussidi verdi (Inflation Reduction Act), spesa militare, infrastrutture, stimoli monetari passati ancora in circolo. Un keynesismo camuffato da darwinismo.
La Fed ha abbassato i tassi? Sì. E non ha mai smesso, in fondo, di garantire un sistema dove l’indebitamento resta la norma e non l’eccezione.
E chi paga il conto sono i giovani americani, le famiglie latine, gli studenti indebitati a vita. Questa economia, presentata come modello, non è esportabile.
Nessun altro Stato può permettersi lo stesso disavanzo senza incorrere nella vendetta dei mercati.
La Francia? Sotto osservazione.
L’Italia? Commissariata in anticipo.
La Cina? Costretta a reinventare un equilibrio interno per restare a galla.
Solo gli Stati Uniti possono stampare moneta, emettere debito, finanziare guerre e crescita, e farsi pagare dagli altri per farlo.
Non è un mistero. È il privilegio imperiale.
Per ogni dato glorioso, c’è un’altra faccia ignorata. Oltre il 60% degli americani vive paycheck to paycheck. La vita media è in calo. Il tasso di suicidi è in crescita. Il sistema sanitario è il più costoso e iniquo al mondo. Eppure, si preferisce parlare di NASDAQ, di produttività, di “miracoli”.
Un tempo Rampini usava parole come “disuguaglianza”, “lavoratori”, “sfruttamento”. Ora usa parole come “accelerazione”, “modello”, “dinamismo”.
Non che l’economia americana non sia potente. Lo è. Ma è potente come una centrale nucleare, senza regolatore: produce energia e scorie.
15 luglio 2025 – nuovo articolo del Rampini Show, intitolato:
“Il mistero dell’inflazione americana: dov’è l’effetto dazi?”,
il nostro editorialista — ormai perfettamente riconvertito in interprete liturgico del capitalismo miracoloso — ci conduce a cercare l’effetto di una misura che non ha avuto effetti. Il dazio, ci spiegano, c’è stato, ma non ha inciso. Né sui prezzi, né sull’inflazione. Le aziende hanno “assorbito”. I consumatori “non hanno sentito”. I cinesi hanno “delocalizzato”. E quindi? Successo!
In questo nuovo capitolo dell’epopea editoriale, Trumpini viene lodato non per aver prodotto effetti, ma per aver agito simbolicamente.
Ha colpito la Cina. Ha alzato dazi. Ha gridato “America First”. E anche se niente è cambiato davvero, l’importante è che sembrava lo fosse.
È la politica commerciale come performance. Un’arte visiva. Un colpo di teatro doganale. E Rampini applaude. Perché nel mondo post-analitico, non conta la realtà, conta la percezione. Il pezzo non lo dice, ma lo sussurra tra le righe: “Anche se i dazi non hanno avuto effetti, non hanno fatto danni. Quindi possiamo rifarli.” Il dazio trumpiano, dice Rampini, potrebbe addirittura “aver rafforzato le catene produttive alternative”. Quindi: ha accelerato il decoupling. Come dire: non ha portato frutti, ma ha potato l’albero.
Il dazio trumpiano non è mai stato strumento economico, ma rito tribale. Un gesto simbolico per ricompattare il popolo e segnalare al mondo che “si fa sul serio”. Come sventolare bandiere, ma alla dogana. Il protezionismo americano non è fatto per proteggere. È fatto per segnalare. È l’economia dei segnali, dei tweet, delle posture aggressive. Serve a “mostrare i muscoli”, anche se sotto c’è la panza.
Ecco perché può non funzionare — eppure essere replicato. È la nuova logica dell’editorialismo d’acciaio:
“L’inflazione non è aumentata, quindi i dazi funzionano.”
“L’inflazione non è aumentata, quindi i dazi non fanno danni.”
“I dazi non fanno danni, quindi possiamo rifarli.”
Ci troviamo dentro una tautologia circolare in cui ogni conclusione è una premessa mancata.
Non si chiede mai:
– ma a cosa servivano, in origine?
– che obiettivi avevano?
– quali benefici avrebbero dovuto portare?
La risposta è: Trump li ha fatti. Quindi vanno bene.
Il pezzo — “Il mistero dell’inflazione americana” — è in realtà un elogio dell’assenza. Rampini riesce a glorificare ciò che non è accaduto.
È una forma raffinata di magia: l’economia come illusionismo. Le cifre non servono. E in questa narrativa, Trump è razionale, lucido, strategico.
E Rampini?
Ci mostra la luce, ma non ci avverte del fallout. La sua scrittura è tutta ritmo, ma senza contrappunto. Tutta esposizione, ma senza agonia. È il contrario del giornalismo. E allora no. Non lo leggiamo più. Non perché ci scandalizzi. Ma perché non riusciamo più a sopportarlo.
Cosa Trumpini non racconta lo racconta l’Università di Yale.
Uno studio del Budget Lab del 14 luglio 2025 certifica un dato inequivocabile: i dazi USA hanno raggiunto un livello medio effettivo del 20,6%, il valore più alto dal 1910. Tenendo conto dei cambiamenti dei consumi (substitution), resta alto: 19,7%, il massimo dal 1933.
Il risultato? Un maxi-rincaro del 2,1% sull’indice prezzi al consumo, pari a 2.800 USD in meno per famiglia nel 2025. Un vero salasso, nascosto dietro lo scudo degli stock: merci importate prima dell’imposizione, ora cedute a tariffa “vecchia”, ritardano il colpo per qualche mese .
Eppure, per Trumpini tutto fila che è una meraviglia. Il dato, sembra, è solo un “mistero glorioso” e neppure un mistero.
Abbiamo solo due possibilità: o sa poco di economica (probabile visto che ha frequentato due università non laureandosi, ricordando lui stesso che andava agli esami impreparato) o è già si accomodato sul carro del vincitore …
A voi la scelta. Ma per me la risposta è positiva in entrambi i casi.
Epilogo – Cosa abbiamo scritto (divertendoci):
Un Samizdat (самиздат, in russo: “auto-edizione”) era il nome dato in Unione Sovietica al fenomeno della diffusione clandestina di scritti proibiti dal regime comunista. Si trattava spesso di testi politici, letterari, religiosi o filosofici che venivano copiati a mano, a macchina o con altri mezzi artigianali e passati di mano in mano, eludendo la censura statale. In senso più ampio, oggi “samizdat” è diventato un simbolo della controinformazione, dell’opposizione intellettuale, della scrittura libera in tempi e luoghi dove la libertà è una posa di superficie. È lo stile ruvido, urgente e senza filtro di chi non scrive per piacere al potere, ma per scardinarlo.
17 luglio
