Il Premio Nobel per l’Economia, assegnato oggi a Joel Mokyr, Philippe Aghion e Peter Howitt, celebra l’idea più antica e rivoluzionaria della modernità: che il progresso nasce dal disordine, che ogni innovazione è anche una forma di distruzione, e che la crescita, per essere reale, deve rinnovarsi continuamente.

È, in fondo, il ritorno all’intuizione di Joseph Schumpeter, il teorico più inquieto e profetico del capitalismo, che aveva previsto che “ogni struttura economica si disfa dall’interno, quando la sua stessa vitalità la supera”.

E proprio oggi, guardando verso la Cina, il pensiero di Schumpeter sembra più attuale e più contraddittorio che mai. 

In meno di quarant’anni, la Cina ha compiuto la più rapida trasformazione economica della storia. Dalla povertà rurale degli anni Ottanta — quando il reddito pro capite era inferiore a quello del Sudan — è diventata la seconda potenza del mondo: una super-fabbrica, un sistema urbano che cresce come un organismo, dove l’aria e l’acciaio si fondono in una visione quasi futurista. Milioni di persone sono uscite dalla miseria, e un’intera generazione ha imparato a maneggiare codice, capitale, algoritmi e ambizioni.

Schumpeter avrebbe osservato tutto questo con una meraviglia teorica: “Ecco la mia teoria, incarnata in scala continentale.” La Cina è un caso di distruzione creatrice pianificata: un’economia che si demolisce e si ricostruisce, ma non per iniziativa individuale — bensì per decisione collettiva, o meglio, per decisione di un Partito. Un capitalismo di Stato dove lo “spirito imprenditoriale” non è un impulso personale ma una strategia nazionale.

Per Schumpeter, la figura dell’imprenditore era l’eroe del cambiamento: colui che rompe la routine, introduce qualcosa di nuovo e spinge il mondo in avanti. In Cina, quell’eroe esiste — ma si muove sotto sorveglianza. Jack Ma, Ren Zhengfei, Pony Ma: visionari, sì, ma anche funzionari di un’idea superiore, quella dell’interesse collettivo. Quando lo slancio diventa eccessivo, il potere interviene, richiama all’ordine e ricorda chi comanda.

Schumpeter avrebbe trovato qui un paradosso: un capitalismo senza anarchia.
Un’economia che crea senza libertà, che accumula ricchezza senza pluralismo, e che permette la competizione solo entro limiti tracciati da un’autorità politica centrale. È un esperimento che capovolge la storia occidentale del capitalismo, dove la libertà individuale fu la condizione — e il prezzo — del progresso.

La prima Cina industriale è stata imitativa: ha copiato, adattato, migliorato. È così che si costruisce un capitale tecnico: imparando. Ma oggi il Paese produce conoscenza propria — nei semiconduttori, nell’intelligenza artificiale, nella mobilità elettrica, nei nuovi materiali — e in molti campi guida la transizione tecnologica globale. Schumpeter, osservando i dati di Shenzhen o Hangzhou, avrebbe parlato di una “fase endogena” dell’invenzione: quella in cui il cambiamento nasce da dentro, non da fuori.

Tuttavia, c’è un limite che egli avrebbe considerato fatale. L’innovazione, per lui, non era solo un fatto economico ma un atto psicologico: la volontà di rompere schemi, di rischiare, di sognare. E nessuna pianificazione centrale può sostituire quel rischio, perché il rischio è l’essenza stessa della libertà. La Cina inventa, ma lo fa in apnea. E ogni tanto, come nel caso Alibaba, deve tornare a respirare al ritmo del Partito.

Schumpeter aveva previsto che il capitalismo sarebbe morto del proprio trionfo: che una volta raggiunto il benessere, le società avrebbero cercato sicurezza, protezione, stabilità — e così avrebbero spento il fuoco dell’invenzione. La Cina rischia un destino analogo, ma per via opposta. Dalla disciplina è nata la prosperità; ora, la prosperità genera nuove domande: diritti, welfare, riconoscimento, voce. È la stessa forza creativa che, una volta liberata, non può più essere tenuta a freno.

L’ordine che ha reso possibile la crescita potrebbe diventare la sua gabbia. Le giovani generazioni urbane, istruite e globali, non si accontentano più della sola ascesa materiale. E nel lungo periodo — direbbe Schumpeter — nessuna economia può mantenere alta la produttività se reprime la curiosità. 

Se Schumpeter potesse scrivere oggi, forse direbbe questo:

“La Cina è il mio esperimento più perfetto e più impossibile. Ha dimostrato che il capitalismo può esistere senza libertà, ma non per sempre. La distruzione creatrice è come un fuoco: puoi usarlo, ma non addomesticarlo. Prima o poi, brucia la mano che lo tiene.”

C’è, infine, un’altra lezione — più silenziosa ma forse la più utile per noi. La Cina, pur con tutti i suoi limiti autoritari, ha costruito delle istituzioni della creazione: università, centri di ricerca, piani industriali, finanza pubblica orientata alla tecnologia, una burocrazia che premia — o almeno riconosce — la capacità di produrre. È in questo terreno, non nel genio individuale, che germoglia la crescita.

Noi, in Italia e in buona parte d’Europa, abbiamo perso proprio questo terreno. Abbiamo mantenuto il mito dell’imprenditore eroico, ma non l’ecosistema che lo sostiene: l’università e l’impresa parlano lingue diverse, la finanza non rischia, la politica non pianifica, e la cultura tende a sospettare chi tenta di innovare. Schumpeter, che pure esaltava l’individuo visionario, sapeva che il creatore non può operare nel vuoto. Serve un contesto, una cornice, una rete di fiducia: un’istituzione della creatività, prima ancora che del capitale.

Come direbbe il nostro amico Rocco Ronza, molti dei laboratori di startup europei ricordano “una via di mezzo tra una scuola calcio dell’Inter in Senegal e un laboratorio scientifico della NASA”. E questa via di mezzo, per quanto simpatica, non regge la competizione con la contemporaneità cinese: un Paese che dispone di mezzi, risorse, intelligenze e soprattutto una direzione. Basti pensare che la quota del PIL italiano destinata a ricerca e sviluppo è poco più dell’1,5%, contro oltre il 2,4% della Cina, e il 3 o 4% delle economie leader dell’innovazione.

Non si tratta di idealizzare Pechino, ma di comprendere che la crescita è un fatto istituzionale, non solo individuale. Il coraggio del singolo non basta, se manca il terreno che lo sostiene.

Postilla

Il Nobel di quest’anno, premiando Mokyr, Aghion e Howitt, riconosce proprio questo paradosso: che la crescita economica non è una linea ascendente, ma una sequenza di scosse, un equilibrio instabile tra innovazione e potere, rischio e controllo. È la stessa tensione che si vede oggi nella Cina post-industriale, dove l’ingegno umano ha vinto la povertà ma non ancora la paura. Schumpeter l’avrebbe chiamato “il punto di ritorno”: il momento in cui ogni civiltà deve decidere se lasciare che la sua creatività la trasformi — o tentare, invano, di conservarla com’è.

24 febbraio

Joseph Schumpeter

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