Nel Triangolo di Smeraldo non crescono più orchidee. Crescono mine, accuse, comunicati stampa e fotografie satellitari. Tra il 28 maggio e il 25 luglio, mentre Bangkok inghiottiva smog e gossip, e Phnom Penh pianificava il futuro con lo sguardo all’indietro, i due eserciti fratelli si sono ricordati di essere nemici. Di nuovo.
C’è odore di cordite nell’aria sacra di Preah Vihear, il tempio indù arroccato su una scogliera che guarda la Cambogia e sogna la Thailandia. O forse è il contrario. Ogni tanto, i sogni si trasformano in razzi. Ieri gli F-16 tailandesi hanno danzato sopra la giungla come uccelli di metallo, scaricando fuoco su presunte postazioni cambogiane. I cambogiani, non per educazione ma per necessità, hanno risposto col medesimo linguaggio: artiglieria, spari, accuse. Una ventina di morti, tra cui molti civili. Oltre centomila evacuati. E almeno due civiltà offese.
La colpa, come spesso accade da queste parti, è di una mappa disegnata da qualche funzionario francese nel 1907, che aveva più familiarità con il vino di Bordeaux che con la giungla siamesekhmer. Quella linea tracciata a penna tra il Mekong e le nuvole ancora oggi brucia sulle cartine e nei cuori.
Lo ammetto: sono sempre stato affascinato dalle linee di confine dritte. Quelle tracciate col righello, come nel Wyoming. Come colui che guarda le cartine su Limes, disegnate dalla moglie dell’editore, e si sente intelligente invece di scoprirsi idiota. Pensa alla verità delle linee, al rigore geometrico del potere, e si convince che una linea retta basti a raccontare il destino dei popoli. E invece no. Però non siamo nel Wyoming, lo stato più quadrato del mondo (quello del parco di Yellowstone), dove possiamo tracciare linee senza conseguenze. Siamo nel Triangolo di Smeraldo, dove ogni tratto nasconde una giungla, un villaggio, un tempio sacro, e ogni linea tracciata da Parigi o Londra è solo un invito alla prossima guerra. Come nel Levante, come nell’accordo Sykes-Picot: linee rette che tagliano il destino con la stessa grazia di una sega su un violino.
Nota per il lettore post-geopolitico: nessuna linea retta ha mai salvato un’anima, ma tutte hanno fatto almeno un morto. Compresi quelli che leggono i dossier del Caracciolo come se fossero vangeli laici, ignorando che spesso servono solo a spiegare con disegni ciò che non si riesce a leggere.
Come è iniziata la crisi attuale. La telefonata, il “ciao zio” e l’arte della sottomissione
Il 15 giugno, come una miccia gettata su benzina esausta, arriva la telefonata. Diciassette minuti di registrazione tra la prima ministra thailandese Paetongtarn Shinawatra e il patriarca semieterno Hun Sen, ex premier e attuale deus ex machina cambogiano. Lei 38 anni, lui 72. Lei figlia di Thaksin, lui padre di Hun Manet. Lei chiama “zio”, lui sorride. Lei promette di “prendersi cura” di lui. Lui incassa. Sembrerebbe una scena da soap opera, se non fosse per le bombe.
Solo in Thailandia può succedere che un primo ministro cada per una telefonata. E solo in Thailandia può accadere che quella telefonata sia con Hun Sen, l’eterno premier cambogiano in pensione, già vincitore di guerre civili, khmer rosso e collezionista di Rolex d’oro, cieco di un occhio perso in battaglia e nuovo guru dell’asiatismo autoritario. Lei lo chiama affettuosamente “zio”. Lui ascolta, compiaciuto. Poi qualcuno registra. E la registrazione esce.
E così, Paetongtarn Shinawatra, figlia di Thaksin, nipote di una dinastia tanto potente quanto maledetta, è stata sospesa dalla Corte costituzionale, nel più classico dei coup by judiciary. La storia si ripete, come un canto stanco e perverso: i Shinawatra cadono sempre allo stesso modo – troppo amati, troppo populisti, troppo impresentabili per le élite militari e monarchiche che non riescono a disfarsene se non con i tribunali.
Ma questa volta è diverso. Non c’è corruzione, non ci sono scandali veri. Solo una voce giovane che sussurra allo zio sbagliato. Una voce che parla troppo apertamente, troppo confidenzialmente, troppo da “ragazza di casa” per chi ancora vuole la Thailandia come corte celeste e non come call center geopolitico del Sud-est asiatico.
Paetongtarn non è mai stata del tutto a suo agio nei panni della leader. Troppo figlia, troppo protetta. Ma nemmeno ingenua: ha studiato, ha imparato a muoversi nel pantano. Solo che il pantano, qui, è profondo. E ha memoria lunga. Quando l’opposizione ha trovato la registrazione – probabilmente fatta trapelare da ambienti militari – è bastata una frase ambigua sul comandante delle forze armate per gridare: tradimento.
In piazza, sabato scorso, sono tornati i nazionalisti in camicia gialla. Vecchi, giovani, impiegati pubblici in ferie, studenti stanchi. Tutti con lo stesso cartello: “Contro chi tradisce la Patria”. La patria, in Thailandia, è un’idea mobile, ma con confini precisi: non si chiacchiera con i cambogiani, non si critica l’esercito, non si usa un tono affettuoso con chi sta fuori dal cerchio del potere.
Un’altra Shinawatra è caduta. Non sotto i colpi dei fucili, ma tra le pieghe imperscrutabili delle corti costituzionali, dove si gioca la nuova arte del golpe soft. L’arte dell’umiliazione rituale. Non c’è carcere, non c’è esilio. Solo una sospensione, un comunicato e un successore ad interim. Poi silenzio. Poi oblio.
Hun Sen, da Phnom Penh, tace. O forse ride. Nella sua lunga carriera ne ha viste tante. Ma forse non gli era mai capitato di diventare il casus belli di una crisi di governo altrui solo per aver ascoltato una ragazza che gli diceva “zio”.
Quindi.
Dietro la mappa francese e i selfie politici, c’è la polvere dei secoli. Perché la Thailandia e la Cambogia si assomigliano, si temono e si disprezzano come solo i cugini possono fare. I khmer ricordano con dolore l’umiliazione dell’impero Ayutthaya; i siamesi rivendicano con orgoglio la loro sopravvivenza all’Occidente. Entrambi riscrivono la storia a seconda dell’umore.
E così ogni tempio in rovina diventa un avamposto, ogni rovina un pretesto, ogni pretesto una giustificazione. Le scolaresche tailandesi vengono portate a vedere Preah Vihear col binocolo, le guide cambogiane raccontano leggende in cui gli elefanti respingono i soldati thailandesi con la sola forza del karma.
Il risultato è che, ogni due o tre anni, qualcuno preme un grilletto, una madre piange, un generale viene promosso, un primo ministro si inginocchia davanti a un’urna, e gli archeologi si disperano.
Finale provvisorio
Al momento, i negoziati sono stati affidati al caso, ai droni, e ai santi del calendario buddista. Bangkok parla di autodifesa. Phnom Penh invoca l’ONU. L’ASEAN osserva in silenzio, come un vecchio zio a cui nessuno chiede più consiglio. Nel frattempo, nei mercati rurali, si continuano a vendere sticky rice, pesce fermentato e souvenir con la scritta “I ❤ Preah Vihear”, ma senza indicazione geografica.
Nel frattempo, i monaci – quelli veri – camminano a piedi scalzi nella giungla, tra proiettili spenti e statue decapitate, sussurrando preghiere per la pace. Ma anche Shiva, questa volta, sembra aver voltato lo sguardo altrove.
E così si chiude, per ora, un altro capitolo del grande romanzo della frontiera. Dove non ci sono eroi, ma solo confini in cerca di cartografi e popoli senza diritto d’autore. Preah Vihear resta in piedi. Non per volontà degli uomini, ma per pura ostinazione della pietra.
26 luglio

Paetongtarn Shinawatra

Wyoming