Più che Cecco Angiolieri che si mostra furibondo nel bruciare il mondo, io preferirei essere Dante. Almeno lui sapeva dove mettere la gente.

Tutti hanno diritto a un avvocato. Anche Klaus Barbie, il macellaio di Lione, il vecchio assassino con le mostrine delle SS, processato in Francia quando ormai la storia lo aveva già consegnato all’infamia. Lo difese Jacques Vergès, l’avvocato del diavolo. Meticcio franco-vietnamita, comunista, ambiguo, brillante, teatrale. Difese terroristi, dittatori, criminali veri e presunti. Anche Carlos lo Sciacallo, il terrorista venezuelano che durante la Guerra fredda sembrò incarnare tutte le ambiguità dell’epoca: marxismo, servizi segreti, petrolio, avventura criminale e tanta, tanta Palestina … ça va sans dire. Un uomo abbastanza intelligente da capire che il Novecento premiava chi sapeva muoversi tra le crepe morali delle superpotenze. Eppure anche lui ebbe diritto a un processo, a una difesa, a una voce. Eppure Vergès faceva una cosa necessaria: ricordava che il diritto esiste soprattutto quando protegge chi non vorremmo proteggere.

Da ragazzo vidi L’Avocat de la terreur, quel piccolo grande film su Vergès, e mi rimase addosso come restano certe febbri tropicali: non ti uccidono, ma ritornano nella notte per tutta la vita. Capii allora una cosa scomoda: la civiltà non si misura da come tratta i santi, ma da come processa i mostri.

Siamo figli del diritto romano e della filosofia tedesca. Della forma e dell’abisso. Da Papiniano a Hegel, da Gaio ed Immanuel Kant, forse persino di quella cupa ossessione morale che passa attraverso Friedrich Nietzsche. Sappiamo — o dovremmo sapere — che il diritto non coincide con la simpatia. Non assolve. Non santifica. Non lava le colpe. Impedisce soltanto che il potere diventi vendetta.

Così oggi sfoglio Il Post — che mi si dice essere cool, lo dice Massimo, che è tanto snob da non leggere quasi più le notizie nazionali — e trovo la vicenda di Francesca Albanese.

Donna complicata. Figura divisiva. Per molti intellettualmente insopportabile. Politicamente tossica. Troppo vicina alla retorica di chi ha trasformato Hamas in simbolo di resistenza invece che in quello che è: un’organizzazione che il 7 ottobre ha scelto il massacro altrui per condannare il proprio popolo.

E confesso che la questione Albanese mi pone un dubbio dantesco.

Non giuridico — lì la faccenda è quasi semplice. Un giudice federale americano ha ritenuto che le sanzioni imposte contro di lei rischiassero di violare principi fondamentali di libertà. E allora interviene il sistema. Gli anticorpi dell’America. Ancora una volta l’indipendenza della magistratura dalle affermazioni impossibili e bislacche di Francesca Albanese. Va bene così.

Il dubbio è morale. Letterario. Quasi teologico.

Perché nella mia personale geografia della Divina Commedia non riesco a capire dove collocare figure simili.

Tra i simoniaci, forse? Coloro che vendono il sacro, che trasformano una funzione superiore in mestiere ideologico, che degradano un mandato morale a linguaggio automatico e militante. La Albanese lavorava all’ONU ed abbracciava i tagliagola di Hamas. I simoniaci Dante li mette nell’ottavo cerchio: confitti a testa in giù nelle fosse, con i piedi bruciati dal fuoco. E contro papi e cardinali corrotti scrive parole che ancora oggi sembrano bestemmie lucidissime.

Oppure tra gli eretici. Nel sesto cerchio, chiusi dentro tombe infuocate. Non tanto perché sbagliano — tutti sbagliano — ma perché finiscono per scambiare la parte per il tutto, la propria ossessione per una verità universale, il linguaggio politico per una religione.

Eppure il problema resta questo: il diritto moderno obbliga a separare il giudizio morale dalla tutela giuridica. Ed è una conquista enorme della civiltà occidentale.

Così mi ritrovo in questa posizione un poco ridicola, un poco stanca, quasi da vecchio personaggio di Philip Roth seduto in un bar troppo rumoroso dell’Asia: difendere il principio che protegge anche persone che collocherei all’Inferno.

Forse è proprio qui la grandezza e insieme la debolezza dell’Occidente. Accettare che perfino chi, ai nostri occhi, meriterebbe Dante, abbia comunque diritto a Virgilio.

E magari è questo che ancora distingue la nostra civiltà da quella dei chierici di Teheran e dagli uomini di Hamas.

22 maggio

 

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