Non ricordavo di averlo comprato. Forse era stato un regalo. O un acquisto dimenticato in una giornata di passaggio. Shanghai Baby stava lì da anni, silenzioso su uno scaffale secondario, con la sua copertina lucida e vagamente erotica. Un giorno, senza motivo preciso, l’ho aperto e l’ho letto in poche ore.

La prima frase

“Penso troppo, e il 99,9% degli uomini non vuole avere a che fare con una donna che pensa troppo”
– non era brillante, ma aveva la voce di qualcuno che non voleva essere ignorato. E non lo fu.

Nel 1999, mentre l’Occidente si preparava a brindare al nuovo millennio, a Shanghai si compiva uno degli atti finali del secolo breve: un rogo pubblico di libri.
A bruciare erano proprio le copie di Shanghai Baby, romanzo d’esordio di una ventiseienne affilata e narcisista, Wei Hui, che aveva osato raccontare la nuova Cina come una donna inquieta, col rossetto sbavato e il walkman nelle orecchie. Le autorità lo definirono “decadente”, “pornografico”, “spazzatura spirituale”. Circa 40.000 copie furono sequestrate e incenerite. Non in nome dell’ideologia, ma dell’igiene culturale. Si bruciava come si disinfetta un ambiente.

Eppure, il libro non morì.

Wei Hui – già personaggio prima ancora che scrittrice: occhiali neri, citazioni di Nietzsche, un inglese fluente e l’aria di chi ha vissuto troppo in fretta – aveva scritto qualcosa che non era propriamente un romanzo, ma nemmeno un diario. Era un grido sottile:

“La paura della solitudine è ciò che ci insegna ad amare.”

Shanghai Baby racconta di Coco, aspirante scrittrice in una metropoli dove si fa l’amore nei caffè e si piange nel retro dei taxi, dove si sogna l’Europa ma si rimane incollati al cemento umido di Jing’an. Coco è prigioniera e seduttrice, pensante e fragile, lucida e stucchevole.

“Sulla superficie siamo due tipi completamente diversi. Io sono piena di energia e ambizione, e vedo il mondo come un frutto profumato pronto per essere mangiato. Lui è introspettivo, romantico, e per lui la vita è una torta intrisa di arsenico…”

Come tutti i libri imperfetti, Shanghai Baby funziona perché non chiede il permesso. Vuole solo essere letto. E se possibile, anche giudicato.

La Cina del 1999 era nel pieno della sua sbornia da crescita: i primi miliardari, l’arrivo delle multinazionali, le scale mobili rotte nei nuovi mall.
Hong Kong era appena stata restituita – un passaggio di testimone che sapeva di addio. Shanghai Baby fu pubblicato un anno prima del WTO, due anni prima dell’11 settembre, tre anni prima della SARS. Un mondo stava cambiando. In fretta. E in silenzio.

La scrittura di Wei Hui è audace e kitsch, lirica e scivolosa, fatta di pose ma anche di intuizioni vere:

“L’amore era un miracolo che la carne non poteva copiare.”

Chi lo ha letto all’estero, lo ha fatto spesso con malizia, come si leggono certe riviste in aeroporto. Ma dentro c’era qualcosa di diverso: una voglia disperata di raccontare sé stessi prima che lo facciano gli altri.

E allora oggi, rileggerlo, è come riaprire una ferita che si era fatta cicatrice troppo in fretta.
Un libro bruciato dalla Repubblica Popolare, ma comprato a milioni dagli stessi giovani che vivevano quella contraddizione: piacere e repressione, velocità e controllo, eros e noia.

Al libro seguì, anni dopo, un film. Era il 2007. Il mondo nel frattempo era cambiato. Non più desiderio, ma consumo. Non più scandalo, ma marketing. Un film modesto, pudico, e poco osceno, forse semplicemente brutto. Come se il fuoco fosse ormai spento, e si raccontasse solo la cenere.

Il romanzo aveva colto qualcosa di vero nel suo tempo, forse è questo che ha fatto più paura. Il film, invece, arrivò quando tutto era già normalizzato. E non poteva che fallire.

Shanghai Baby rimane così una meteora lucida nel cielo breve del secolo lungo, una storia di libertà effimera e di fuoco amministrato. Forse proprio per questo, oggi, vale ancora la pena leggerlo. Per ricordare com’era desiderare prima che il desiderio diventasse merce, e la trasgressione contenuto.

Epilogo. Il mondo normalizzato

Al libro seguì, come accade talvolta con i casi editoriali, un film modesto. Diretto nel 2007 da un regista tedesco con ambizioni più estetiche che narrative, fu un adattamento pudico e poco osceno, quasi imbarazzato rispetto alla materia incandescente del romanzo. Il corpo di Coco, che sulla pagina bruciava come un simbolo, sullo schermo si copriva, si moderava, si lasciava osservare senza mai turbare davvero.

Il mondo, nel frattempo, era diventato un altro.

Se il libro aveva saputo indovinare gli astri esatti del tempo che cambiava – quella vertigine urbana, sessuale, post-ideologica della Shanghai di fine secolo – il film ne arrivava fuori tempo massimo, in un 2007 già pienamente normalizzato, globalizzato, neutralizzato.

Non più desiderio, ma consumo. Non più scandalo, ma marketing.
Il romanzo, che era stato rogo e simbolo, diventava prodotto da festival, e la sua autrice, da strega a icona sbiadita.

E così si chiude la parabola: un libro che ha osato dire troppo, un film che ha detto troppo poco. E un mondo che ha imparato, nel frattempo, a censurare senza bruciare e dimenticare.

Shanghai Baby rimane, così, una meteora lucida nel cielo breve del secolo lungo, una storia di libertà effimera e di fuoco amministrato.
Forse proprio per questo, oggi, vale ancora la pena leggerlo.
Per ricordare com’era desiderare prima che il desiderio diventasse merce e la trasgressione contenuto.

9 luglio

 

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