Un secolo fa gli scrittori viaggiavano con bauli di cuoio, camicie di lino e un quaderno sottile cucito a mano. Non cercavano l’avventura, ma l’ombra. Non volevano scoprire il mondo, ma dissimulare sé stessi tra le fronde di un altrove. Tra questi viaggiatori smarriti, nessuno seppe scrivere la sconfitta con tanta grazia come Somerset Maugham.

Cinque anni fa scrivemmo di lui, oggi ci ritorniamo perchè per quanto si cerchi Maugham rimane Maugham. Più si legge e più si apprezza e da lui come fosse magnete si ritorna.

Quando arrivò in Asia, negli anni Venti, il secolo era ancora giovane, ma l’Impero già stanco. Lui, inglese educato e disilluso, si muoveva tra Singapore, Rangoon e Saigon come un chirurgo in pensione che riconosce i sintomi, ma non interviene più. Osservava gli europei — funzionari, missionari, mogli in esilio — e ne scriveva la fine. Una fine lenta, umida, decorosa. Ineluttabile.

Questo è il ritratto di un perdente di successo. Omosessuale in tempi che non lo ammettevano, occidentale in un Oriente che non lo riconosceva, moralista senza morale, artista senza illusioni. Maugham è stato tutto ciò che l’Occidente preferiva non vedere di sé: fragile, elegante, cinico, e irrimediabilmente consapevole.

Nelle sue storie, non c’è redenzione. Solo il respiro lungo dell’inutilità. Ma è proprio lì — in quella resa lucida e cortese — che si cela una forma rarissima di verità.

Una verità tropicale. Che non consola. Ma dura.

Maugham parte per l’Asia nel 1921. È un uomo già maturo, di successo, noto a teatro e in letteratura, ma anche già in fuga. Fugge da una Londra convenzionale, da un matrimonio fittizio, e da un’Inghilterra che non ha mai capito la sua vita, né il suo desiderio. Haxton, il compagno che lo accompagna, è rumoroso, dissipato, ubriacone e affascinante. Insieme, sono una coppia anomala: un diplomatico mancato e un medico pentito, che si aggirano tra colonie e tropici con la noncuranza dei disadattati che non cercano più un posto.

Il primo contatto con l’Oriente lo sorprende. Non per l’esotismo, ma per il disordine. Gli inglesi della colonia non sono eroi. Sono impiegati, funzionari, mogli isteriche, missionari ossessionati. L’Asia non è uno sfondo, è uno specchio. E in quello specchio Maugham vede l’Occidente disfarsi.

È nelle rest houses, negli alberghi dai corridoi infiniti e nelle verande ombrose che Maugham trova i suoi personaggi. In Singapore, parla con un magistrato che odia gli indigeni, con una signora che non scrive più al marito, con un giovane ufficiale troppo solo per non cedere alla febbre. In Penang, osserva le piantagioni e i salotti borghesi dove la noia è il vero padrone. In Rangoon, resta colpito dalle pagode, ma ancora di più dai volti di chi ha fallito e non lo sa.

“Colonial cities are cemeteries for illusions. Only the plants thrive.”

I suoi racconti nascono da queste impressioni. The Casuarina Tree raccoglie il meglio del suo Oriente: storie brevi, fulminanti, asciutte. Gli inglesi sono marionette che si muovono nel caldo, nell’umidità, nella vergogna. Le donne sono infedeli, gli uomini fragili. I locali? Silenziosi, presenti, giudicanti. Non protagonisti — Maugham non era un etnologo — ma testimoni di una sconfitta.

Tra i suoi racconti più noti, The Letter e Rain sono vere parabole sul crollo morale. In The Letter, ispirato a un caso giudiziario avvenuto in Malesia nel 1911, una moglie inglese uccide l’amante cinese e si salva grazie alla complicità silenziosa del sistema. Ma una lettera — che prova l’inganno — emerge. È l’oggetto che rovina la narrazione ufficiale. Una piccola verità scritta, che distrugge un impero di menzogne.

In Rain, ambientato a Pago Pago ma figlio delle notti umide di Singapore, un missionario bigotto si confronta con una prostituta americana. La vuole salvare. Ma è lui a soccombere, suicida. E lei ride. Maugham non mostra rabbia. Solo la nudità delle passioni, e la distanza tra morale e verità.

“She had the laugh of someone who has survived pity.”

Nel The Gentleman in the Parlour, Maugham racconta il suo viaggio terrestre da Rangoon a Saigon. È un diario di un’anima silenziosa. A Mandalay, osserva i monaci all’alba. A Luang Prabang, si lascia incantare dalla calma senza tempo dei templi. A Vientiane, l’ozio gli sembra una forma superiore di filosofia. Non cerca misteri. Non interpreta. Descrive.

“I do not travel for adventure, nor for knowledge, but for repose. There is nothing so soothing as a place where one is entirely foreign.”

Questa è la sua cifra. Lontano da tutto, osserva senza intervenire. E scrive.

Maugham era omosessuale, ma non militante. In un tempo in cui l’omosessualità era illegale, viveva in una zona grigia fatta di allusioni, discrezioni, passaggi obliqui. Nei suoi racconti, le donne sono spesso gli specchi della sua diversità: anche loro escluse, anche loro tenute a freno. Non rivendica nulla, ma tutto è già lì.

“I have always been a foreigner. Even in England, I was not quite at home.”

La sua ironia è sottile, triste, tagliente. Non si fa portavoce di cause. Ma racconta vite che stanno ai margini: nel sesso, nel tropico, nel fallimento.

Perché Maugham ci parla ancora? Perché l’impero è morto, certo. Ma la sua verità resta. Quel che raccontava allora — l’illusione occidentale, la fragilità dell’uomo bianco, la solitudine della morale — è ancora nostro.

Oggi, che l’Occidente arranca, e che le sue certezze si disfano come le caserme coloniali in rovina, Maugham è una guida. Non per agire. Ma per capire. Non per sperare. Ma per perdere con eleganza.

“In the East, you soon discover that character matters more than intelligence.”

Epilogo

Morì nel 1965, nel Sud della Francia. Era vecchio, ricco, pieno di dipinti, manoscritti, rimpianti. Aveva litigato con la figlia, perso il compagno, dimenticato da Oxford. Ma non importava. Aveva già scritto tutto.

Aveva già visto — in un bordello malese, in un salotto di Saigon, in un risciò di Luang Prabang — che il nostro ordine era un travestimento. Che il tropico non ci perdona. Che il giudizio finale è un sorriso cortese, dato da chi ci ha già capito.

Maugham resta. Non perché fu moderno. Ma perché fu onesto.
E perché seppe raccontare il disastro con una camicia di lino, un gin tonic, e un silenzio molto, molto educato.

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