Non è curioso, quasi ironico, il nuovo flusso di studenti cinesi verso la Russia.
Un paese che conosciamo bene e che abbiamo imparato a definire, senza giri di parole, poco più che quattro città. Un Paese con un reddito pro capite di diecimila dollari e un’aspettativa di vita dieci anni inferiore alla medio europea. Un luogo che continua a perdere abitanti, a invecchiare, a ridursi. Eppure, in questo deserto demografico e sociale, resiste una nicchia. Un patrimonio inatteso, fatto di università tecniche, di matematica, di fisica, di discipline STEM. È l’eredità sovietica che ancora non si è dissolta. Un piccolo tesoro, che la Russia, senza nemmeno volerlo, mette a disposizione. Ed è qui che arrivano i cinesi.
Il numero degli studenti cinesi iscritti nelle università russe è salito del 25% in due anni. Sono già più di 50 mila, e diventeranno centomila presto. Non cercano la vita in Russia, né la qualità, né la libertà. Cercano competenze dure, capacità applicabili subito nei campi in cui la Cina vuole crescere: ingegneria, energia, robotica, aerodinamica, intelligenza artificiale. Vanno a Mosca non per restarci (chi lo farebbe?!), ma per tornare a casa con un titolo riconosciuto e una corsia preferenziale nel loro Paese.
C’è, in questa scelta, anche un elemento simbolico. Per decenni l’Unione Sovietica ha coltivato un culto della matematica e della fisica che sfiorava la religione laica. Gli olimpionici delle gare di algebra, i manuali di geometria diffusi in tutto il mondo, i laboratori che hanno prodotto generazioni di fisici e ingegneri. La corsa allo spazio, lo Sputnik, i primi cosmonauti: non erano solo propaganda, ma la punta visibile di una formazione scientifica di massa, che ancora oggi sopravvive sotto forma di scuole e cattedre di eccellenza.
Non è un caso che, nei ranking internazionali delle “hard sciences”, università come Mosca e Novosibirsk riescano ancora a mantenere una certa reputazione. Nonostante gli edifici fatiscenti, le biblioteche polverose e le stipendiature ridicole, il know-how resta. È ciò che i cinesi vengono a prendere.
È il paradosso del nostro tempo multipolare: mentre Trump chiude i rubinetti dei visti e rende difficile l’accesso alle università americane – che fino a ieri ospitavano più di mezzo milione di studenti cinesi – il vuoto viene riempito da sistemi alternativi. Non importa se l’alternativa è decadente o inefficiente: importa che offra un sapere tecnico di cui il mondo, e la Cina soprattutto, ha bisogno.
L’istruzione diventa così un’infrastruttura geopolitica. Non più il privilegio di chi cerca solo prestigio culturale o un trampolino per l’emigrazione, ma un pezzo della catena di valore del commercio e della potenza. I giovani cinesi che studiano in Russia non aspirano a diventare cittadini del mondo: aspirano a diventare ingranaggi qualificati di una macchina nazionale che deve funzionare ovunque, anche dentro l’orbita russa.
In questo senso, la Russia ricorda un altro Paese declinante: l’Italia. Anche qui, nonostante la crisi economica e demografica, sopravvivono centri di eccellenza. Il Politecnico di Milano, ad esempio, è regolarmente classificato tra le migliori università tecniche del mondo. Forma giovani brillanti, capaci di competere con chiunque. Ma poi questi giovani, quasi inevitabilmente, se ne vanno. Vanno in Germania, negli Stati Uniti, in Svizzera, in Asia. Portano con sé la formazione ricevuta, ma non la restituiscono al Paese che li ha preparati.
È una dinamica antica, che ricorda l’Italia del dopoguerra: i fisici di via Panisperna dispersi negli Stati Uniti, gli ingegneri pugliesi e siciliani che costruivano dighe in Africa e centrali elettriche in Sud America. Una diaspora di competenze che ancora oggi continua. L’Italia, come la Russia, resta un luogo dove si può studiare bene, ma dove è sempre più difficile restare.
È un meccanismo che non può durare a lungo. Se tutti se ne vanno, rimane il vuoto. Eppure, nel breve periodo, questo meccanismo produce un vantaggio geopolitico: studenti che, come i cinesi in Russia, si addestrano in un luogo in declino per poi riportare conoscenze altrove.
Così, la formazione si trasforma in una risorsa da estrarre, al pari del gas o del petrolio. Non genera valore per i paesi che la offrono, ma diventa carburante per altri sistemi, altre economie, altre potenze. È il destino dei paesi declinanti: trasformarsi, senza quasi accorgersene, in giacimenti di cervelli da cui attingere. Per la Cina, che sa usare con pragmatismo ogni residua eccellenza del mondo, questo è già un elemento della sua strategia globale.
E la Russia, come l’Italia, resterà paradossalmente una miniera: povera, fragile, ma ancora capace di produrre conoscenza utile agli altri.
Alla fine, in questi paesi, il sapere non illumina: si consuma. Come nella frase di Tolstoj che nessuno cita mai, secondo cui l’intelligenza senza amore non serve a nulla. O come nelle pagine di Primo Levi, dove la cultura, se non trova un terreno che la nutra, diventa solo un bagaglio che pesa.
E forse è proprio questo il destino di certe nazioni: non quello di crescere, ma di continuare a fornire – per conto terzi – la materia prima invisibile del futuro.
27 ottobre
