Abbiamo scelto il registro del vecchio B-movie americano, quello dove alieni, robot e scienziati in camice combattono per il destino dell’umanità. Una forma narrativa semplice e iperbolica, grottesca ma rassicurante. Peccato che oggi, nella realtà americana, si vada ben oltre la finzione. Affidare l’antiterrorismo nazionale a un ragazzo di ventidue anni, privo di esperienza, sarebbe eccessivo perfino per gli alieni di Mars Attacks. Torniamo allora sulla terra – e proviamo a ragionare con serietà.
“Omnia simul vitia: avaritia, libido, crudelis animus, ingens credulitas et nullum verum aut falsum iudicium.”
Tutti i vizi insieme: avidità, lussuria, animo crudele, smisurata credulità, e nessuna capacità di giudicare il vero dal falso.
– Svetonio, Vita di Caligola
Casinò falliti. Vodka imbevibile. Bistecche da discount. Una compagnia aerea che non è mai decollata. Una “università” chiusa per truffa. Trump ha collezionato rovine come un mecenate colleziona quadri: con dedizione, gusto e senso dell’eccesso. Eppure è stato eletto presidente. Due volte.
O forse proprio per questo. Donald J. Trump è il primo fallito di successo della storia contemporanea. Un uomo che ha sbagliato tutto tranne la cosa più importante: diventare simbolo. Non della competenza, né dell’efficienza. Ma della frustrazione. Della rivalsa. Del rifiuto della realtà.
Nel 2016 si è proposto come il “truth-teller”, colui che diceva la verità senza filtri. Nel 2024 ritorna come il “fixer”, quello che “ci pensa lui”. All’Ucraina? “Pace in 24 ore.” All’inflazione? Dazi. All’Iran? Minacce. A Israele? Obbedienza. Nessun piano, solo istinto. Nessuna coerenza, solo messaggi. E milioni lo seguono, ancora. Forse perché la sua incoerenza è diventata la loro verità.
Ogni giorno, nell’America trumpiana, ha diritto alla sua sciocchezza. Ma quella del 23 giugno 2025 brilla di una luce speciale: si chiama Thomas Fugate, ha 22 anni, ed è stato nominato responsabile del programma antiterrorismo del Dipartimento per la Sicurezza Interna.
Curriculum? Giardiniere. Cassiere. Uno stage in un think tank conservatore. Nessuna esperienza in sicurezza, intelligence, o gestione del rischio. Ma un tratto distintivo: grande fan di Trump.
È la versione contemporanea di Being There, il capolavoro del 1979 con Peter Sellers: lì, un giardiniere semplice viene scambiato per un grande pensatore e rischia di diventare presidente. Ma Chance, il personaggio di Sellers, è candido, inconsapevole, poetico. Fugate, invece, è l’immagine precisa di una fede cieca che diventa merito.
Nel mezzo di una crisi globale, con l’Iran che minaccia vendetta per l’attacco americano e Israele che invoca l’apocalisse preventiva, la prevenzione antiterrorismo viene affidata a un ragazzo che, letteralmente, fino all’altro ieri curava prati. E che oggi, dicono dalla Casa Bianca, “si è guadagnato questa posizione con la sua etica del lavoro”. Etica del lavoro o fanatismo devoto? È la differenza tra un funzionario e un parrocchiano. Ma nella chiesa trumpiana non servono esperti, servono credenti. A questo punto, tanto vale nominare un cavallo alla Corte Suprema. Non sarebbe peggio. Gli imperatori pazzi di Roma lo fecero davvero: Caligola, racconta Svetonio, voleva che il suo cavallo Incitatus diventasse console. Un gesto di potere assoluto, una beffa al Senato, o semplicemente follia.
Trump non è Caligola. Ma come lui gioca con le istituzioni come fossero marionette rotte. E premia la lealtà più della legge, la fede più della conoscenza, il rumore più del senso. Thomas Fugate all’antiterrorismo è la logica portata alle estreme conseguenze di un sistema in cui la realtà si piega alla propaganda, e dove il disastro è sempre un buon trailer per l’episodio successivo.
Nel palazzo imperiale della nuova Roma americana, la giustizia può spettare a un puledro, la sicurezza a un giardiniere, e la guerra a un tweet. Non è più satira, è governance.
L’epoca del fallimento performativoTrump è la maschera definitiva dell’Occidente in crisi: incapace di credere davvero alla democrazia, ma ancora pronto ad applaudire chi la ridicolizza. È il volto narcisista della performance che sostituisce la politica, del capitalismo che elegge i suoi clown, della potenza che si traveste da barzelletta, non importa che tutto vada in rovina. L’importante è che sia spettacolare. Condivisibile. Semplificato.
E allora, a questo punto, viene da chiedersi: chi è davvero il giardiniere?
È Thomas Fugate, ventiduenne sorridente promosso per fede? O non sarà Donald J. Trump in persona, che da anni pota la realtà con le cesoie dell’ignoranza, taglia i fatti come siepi fastidiose, irriga il terreno del risentimento e semina il caos, convinto di coltivare grandezza?
Trump non è solo il presidente. È Chance, il giardiniere di menzogne, accolto come statista.
Con una differenza: Chance non sapeva ciò che faceva. Trump sì.
O forse no.
In entrambi i casi, il risultato è lo stesso: un prato poco curato, e un mondo che brucia.
28 giugno
