Viviamo nel racconto contemporaneo, dividendo il mondo in buoni e cattivi secondo criteri identitari, cromatici, culturali. È tentazione infantile, ma potentissima. Serve a semplificare, a rassicurare, catalogando si rende l’orrore digeribile. Cinema, cronaca e retorica civile ne sono saturi.
Schindler è il nazista buono. Ma non nel senso consolatorio del termine. Non è un giusto naturale, non è un’anima pura capitata per errore nel male. È un uomo che sta perfettamente dentro il sistema nazista: ne parla la lingua, ne condivide i riti, ne sfrutta i privilegi. Beve con i carnefici, fa affari con loro, ne frequenta i salotti. La sua eccezionalità non è esterna al male: è un’anomalia interna. Schindler non combatte il sistema, lo piega. Usa il cinismo dell’economia, l’opportunismo del capitale, la corruzione quotidiana per produrre salvezza. Non smette mai davvero di essere un nazista: a un certo punto, semplicemente, smette di obbedire fino in fondo.
In Django Unchained Tarantino introduce un cortocircuito ancora più feroce. Il personaggio davvero disturbante non è Django, il nero liberato che si vendica, ma Stephen, il maggiordomo negro [negro non è un refuso], interpretato da Samuel L. Jackson. Stephen è razzista più del padrone. È il custode dell’ordine schiavista, il suo ideologo domestico, il suo funzionario più zelante. Non subisce il sistema: lo incarna. Non ha potere formale, ma esercita quello più profondo: la sorveglianza morale. È l’oppresso che diventa sacerdote dell’oppressione, il subordinato che vigila affinché nessuno scambi il teatro per realtà.
Schindler e Stephen sono due figure speculari. Schindler tradisce il proprio mondo dall’interno; Stephen difende fino all’ultimo un mondo che non è il suo. Schindler sfrutta le crepe del sistema per salvare vite; Stephen le cementa una a una. Insieme smontano l’illusione più comoda del nostro tempo: che il bene e il male si distribuiscano per appartenenza. Qui non conta il colore, l’origine, la divisa. Contano le adesioni, le scelte, il grado di obbedienza.
Forse è per questo che il cinema, a volte, ci aiuta a comprendere il reale proprio perché il reale, quando è ridotto a “vero” e assunto a immagine, smette di essere pensabile.
Ed è proprio questo che scompare nel racconto contemporaneo della cronaca.
Poi arriva Ahmed. Il fruttivendolo arabo, musulmano, che disarma un terrorista della sua stessa fede. Ed ecco il coro: vedete? Non sono tutti cattivi. Frase vera, ovvia, incontestabile — eppure profondamente sbagliata nel modo in cui viene usata.
Perché quella frase non serve a capire il crimine. Serve a tranquillizzare chi guarda.
La distorsione non sta nell’eroismo di Ahmed, che è reale e meritorio. Sta nel fatto che il racconto si sposta immediatamente da Sydney — dalla strage, dal gesto atroce, dal sangue, dalla violenza politica — a una sorta di bilanciamento morale. Come se ogni male avesse bisogno di un “contro-male buono” per essere digeribile. Come se l’orrore dovesse essere compensato da una figura positiva della stessa categoria identitaria del colpevole, affinché il sistema narrativo resti in equilibrio.
È una contabilità morale, non un’etica.
Ahmed non viene celebrato come individuo, ma come prova. Non come uomo che ha agito, ma come argomento retorico. Diventa il “nero buono”, l’“arabo buono”, il “musulmano giusto” — e così facendo viene imprigionato nello stesso schema che si pretende di combattere. Il suo gesto non libera il discorso: lo chiude.
Il paradosso è questo: nel tentativo di dimostrare che il mondo non è diviso in buoni e cattivi per appartenenza, si continua a raccontarlo esattamente così. Solo alternando i segni.
E intanto il crimine, quello vero, resta sullo sfondo. Neutralizzato dal bisogno collettivo di sentirsi rassicurati, ordinati, moralmente a posto.
Non è empatia.
È anestesia narrativa.
15 dicembre
