Riceviamo e pubblichiamo una piccola testimonianza di un amico italiano che vive in Thailandia. Non ha voluto che il suo nome fosse reso noto.
Il confine, da queste parti, non assomiglia a un confine.
Non ci sono cancelli, né cartelli solenni. Solo una strada che diventa sterrata senza avvisare, una pompa di benzina spesso vuota, un tempio basso con il tetto che ha visto stagioni peggiori. I monaci spazzano il cortile all’alba come ogni giorno. In lontananza, a volte, arrivano colpi sordi, irregolari, difficili da localizzare. Nessuno si ferma a guardarli. La guerra la guardiamo da questo lato. Dal lato tailandese, perché dall’altra parte semplicemente non ci siamo. Qui non c’è nulla da conquistare.
Niente città, niente industrie, niente snodi strategici. Solo risaie a fine stagione, gialle e piegate. A dicembre il riso non cresce più: si taglia. Non a mano. Costa troppo. Arriva una macchina, una sola, che passa campo dopo campo. I contadini aspettano il loro turno, in fila. Ottocentocinquanta baht al rai. Un rai sono milleseicento metri quadrati. Tre rai fanno più o meno un campo da calcio, per capirci noi occidentali. È così che passa il tempo, qui. Non con le bandiere, ma con i conti. La fine di dicembre, nel Sud-Est asiatico, è un mese ingannevole. L’aria è più secca, il cielo più alto, la luce buona. È il mese in cui tutto sembra più semplice. Anche al confine l’impressione è quella di una calma solida, quasi definitiva. Le notizie arrivano male, a pezzi: una radio accesa in un negozio di noodles, uno schermo senza volume, un telefono che vibra troppo spesso. La guerra entra così, senza irrompere, come un disturbo che si preferirebbe ignorare.
Si potrebbe provare a spiegarla, questa guerra Oppure, più onestamente, elencare le ipotesi, senza sceglierne una, come si fa con gli oggetti smarriti dopo un incidente. Forse è nazionalismo, usato come una coperta corta, tirata su in fretta quando il freddo arriva all’improvviso. Forse è inerzia militare: un incidente, una risposta automatica, una catena di comando che non sa più fermarsi. Forse è un confine poroso, governato sulle mappe e perso sul terreno. Forse sono simboli caricati oltre misura: una collina, un tempio, una linea tracciata male. Forse è competizione silenziosa, il bisogno di contare qualcosa in una regione che cambia rapidamente. Forse è la diplomazia che non funziona più, lenta, stanca, sempre in ritardo. Forse è semplicemente l’epoca: un tempo in cui l’uso limitato della forza è tornato normale. O forse non c’è nulla da spiegare, solo errori, orgoglio, incapacità di fare marcia indietro senza perdere la faccia.
La gente del posto non parla di geopolitica. Parla del raccolto, dei prezzi, di un figlio a Bangkok. Quando parla della guerra usa parole piccole: rumore, notte, soldati giovani. Nessuno dice patria. Nessuno dice onore. I confini sono un affare per chi vive lontano. Nei campi, intanto, la macchina arriva. Taglia, raccoglie, passa oltre. Il riso viene contato, caricato, la stagione si chiude. È questo che conta davvero: finire in tempo, rientrare delle spese, non perdere il raccolto. La guerra resta sullo sfondo, come un suono che non riesce a diventare linguaggio.
La guerra esiste, fa male, uccide. Eppure non riesce a imporsi come evento. Non promette nulla, non apre un futuro, non risolve un passato. Consuma senza trasformare. Forse è questo che la rende davvero sciocca. Una guerra inutile, senza epica e senza necessità, arrivata quando il lavoro vero — quello che tiene in piedi le cose — è già stato fatto. Come molte guerre così, finirà probabilmente senza essere risolta. Lascerà dietro di sé un altro strato di silenzio, pronto a essere riattivato. Ma nei campi, intanto, la stagione è chiusa. E da queste parti, questo conta più di tutto il resto.
Adesso abbiamo una fragile tregua. Nessuno si fa illusioni.
3 gennaio
