Si dice che in Asia il potere non si conquista, si eredita o si implora. Thaksin Shinawatra provò a smentire questo adagio con la stessa arroganza con cui un ex poliziotto può comprare una compagnia telefonica e poi un’intera nazione.

Era il 2001. La Thailandia usciva stordita dalla crisi asiatica, e nei villaggi del Nord il suo nome cominciava a risuonare come un mantra: credito facile, sanità per tutti, dignità a rate. Era nato il populismo plebiscitario a banda larga. I contadini votavano. Le banche prestavano. Le madri portavano i figli in ospedale con 30 baht. I villaggi costruivano gazebo inutili con il milione regalato dallo Stato. Ma nessuno si lamentava. Thaksin non predicava l’uguaglianza: vendeva la partecipazione. E lo faceva da imprenditore, non da rivoluzionario: camicia bianca, sorriso plastico, famiglia devota e holding quotata. La Thaksineconomics non era dottrina: era un capitalismo del consenso, dove lo Stato rispondeva “premere 1 per ricevere un sussidio”.

Era lo stile del Bonaparte asiatico: il popolo dietro, gli economisti zitti, l’esercito sospettoso. Il 19 settembre 2006, mentre Thaksin parlava di investimenti all’ONU, l’esercito tailandese occupò le tv, sospese la Costituzione e dichiarò la legge marziale i carri armati apparvero come elefanti sacri. I carri armati si disposero davanti al palazzo del governo con la compostezza di una processione sacra: pachidermi meccanici convocati per ristabilire il dharma.

Il colpo di Stato fu annunciato da un generale sorridente, Sonthi Boonyaratglin, musulmano e monarchico. “Per proteggere la democrazia”, disse. Le accuse ufficiali? Corruzione, abuso di potere, mancanza di rispetto verso la monarchia. Ma la vera colpa era aver rotto il patto non scritto del potere tailandese. Thaksin aveva venduto Shin Corp a Singapore, guadagnando miliardi senza tasse. Aveva lanciato una “guerra alla droga” con oltre 2.500 morti extragiudiziali. Aveva gestito il Sud musulmano come un problema logistico. E soprattutto: si era comportato da re in una terra dove di re ce n’è già uno. Il colpo arrivò non quando Thaksin era più debole, ma quando era più lontano. Era a Manhattan. E l’esercito, fedele al re Bhumibol, lo espulse come un virus dal corpo sacro della nazione. Il Consiglio per la Riforma Democratica sciolse il Thai Rak Thai, bandì 111 politici e riscrisse la Costituzione per restituire potere ai giudici, ai generali e ai moralisti. Thaksin diventò uno spettro in esilio. Non martire, non eroe. Un uomo che aveva vinto troppo spesso per essere lasciato in pace.

Nel 2023, la sorpresa. Il Pheu Thai (bandiere rosse), partito erede di Thaksin, fece un patto con gli ex golpisti. Non con i riformisti di Move Forward, troppo onesti, troppo giovani. Ma con i generali, con i monarchici, con i garanti dell’ordine (bandiere gialle). In cambio, Thaksin tornò. Atterrò con un jet privato. Fu arrestato, ricoverato, perdonato.

Dopo 15 giorni di carcere e qualche mese in ospedale VIP, uscì grazie a un indulto. Non tornò da vincitore. Tornò da sopravvissuto. Non più uomo del popolo. Padre della sua dinastia. Il populismo era diventato funzione del sistema. Il dissenso, piano pensionistico.

Ma anche i ritorni più teatrali hanno una scadenza.

Nel 2025, la Corte Suprema ha rotto l’incantesimo: un anno effettivo di carcere, per vecchie condanne mai scontate, per ricoveri trasformati in esilio dorato.
Il ministro della Giustizia ha negato la grazia reale. E Thaksin, ormai settantacinquenne, è tornato a essere ospite della sua stessa parabola.

Nessun popolo in rivolta, nessuna marcia, nessun dramma. Solo un uomo, e la sua ombra lunga. La sua libertà — come il suo lascito — rimessa in discussione.

Nel frattempo, anche sua figlia Paetongtarn è caduta. Premier per pochi mesi, travolta da una telefonata amichevole con Hun Sen. Destituita dalla Corte, colpevole di aver parlato troppo sinceramente. Il potere, in Thailandia, si eredita solo fino a un certo punto.

Epilogo – La famiglia che votava con la memoria

Questa storia non è simbolica. È vera. È la famiglia di mia moglie. Vivono a Chaiyaphum. Lì, quando piove, le risaie si specchiano, e a volte qualcuno giura di vedere ancora il volto di Thaksin. Per lui Thaksin è quello che, in un mondo dove nessuno ascoltava i poveri, Amphom, suo padre, è un contadino sereno. Rosso, per riconoscenza. Ricorda il prestito al villaggio, la clinica mobile, la dignità di chi per una volta fu visto.

Dice: “Non era perfetto. Ma ci ha visti.”

Sua moglie, Samarong, è gialla. Seconda figlia, come indica il nome, e devota alla monarchia. Non odia Thaksin, ma non si fida degli uomini che vogliono troppo.

Dice: “Thaksin ha fatto troppo. Troppo in fretta.”

La loro casa, come molte in Thailandia, è un piccolo parlamento pacifico: si prega per il re, si ricorda il premier, si ride con i nipoti. Nessuno urla. Nessuno rompe.

Eppure, la sera, si siedono allo stesso tavolo, come da trent’anni a questa parte. Lei cucina, lui accende il ventilatore, e quando in tv si parla di Bangkok, lui mormora:

“Lascia stare, Samarong. Noi siamo gente di campi”

Lei alza le spalle, sorride appena. La pentola borbotta. Fuori piove.

Quando la tv parla di politica, Amphom borbotta:

“L’ha fatto per i suoi.”

E Samarong non risponde. Perché in Thailandia si può convivere divisi, credere nel re e conservare una vecchia maglietta rossa, votare con la memoria, e vivere con rispetto.

Thaksin è stato una speranza, una macchina, una promessa, un compromesso. È stato il Bonaparte del riso e del debito, del microcredito e delle radio locali, del  carisma televisivo e del silenzio finale. Non fu mai sconfitto: fu inglobato. Fu reso leggenda. Fu reso inutile.

13 novembre

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