Una lettera da New York di Danny Brown:
sull’elezione di un rapper ugandese, il ritorno di un miliardario allucinato e la scomparsa dell’unico uomo che avrebbe potuto governare con verità.
Zohran Mamdani, ex rapper di Kampala, è stato eletto sindaco di New York poche ore fa.
Donald Trump è tornato alla Casa Bianca.
E Michele Capozzi — che non volle mai una cittadinanza, ma apparteneva a tutte — non c’è più.
Danny Brown scrive una lettera malinconica, ironica e definitiva sull’America, sul potere e sull’assenza di chi avrebbe saputo ancora distinguere la voce degli uomini dal rumore del mondo.
Nota di redazione
Abbiamo ricevuto questa lettera da New York, firmata da Danny Brown, amico e sodale di Michele Capozzi negli anni americani.
È stata scritta d’impulso, poche ore dopo la notizia dell’elezione di Zohran Mamdani a sindaco di New York — un ex rapper ugandese che, dieci anni fa, cantava del traffico e della polvere di Kampala.
Forse è solo un appunto privato, mai spedito.
Ma contiene quella limpida, dolente lucidità che apparteneva anche a Capozzi: lo stesso senso di ingiustizia e ironia, lo stesso amore per le città e per i loro perdenti.
Per questo la pubblichiamo qui, così com’è: senza revisioni, senza pudore, come un frammento di amicizia e di memoria condivisa.
Lettera da Danny Brown
(per Michele Capozzi, ovunque sia)
Il nuovo sindaco di New York è un rapper.
Un ragazzo ugandese, figlio d’India, che dieci anni fa stava a Kampala con un microfono arrugginito e un beat di fortuna, a raccontare il traffico, i blackout, la polvere che entra nei denti, i motorini, i ragazzi che non vogliono tornare al villaggio.
Faceva rap come una forma di pulizia, diceva.
Non parlava di successo, ma di sopravvivenza.
E ora eccolo lì: giacca, cravatta, flash, promesse.
La città che si crede il mondo gli consegna le chiavi.
I problemi di Kampala non sono quelli di New York — ma forse sì, solo più lucidi, più sporchi, più costosi.
Forse l’America ha solo imparato a travestire la miseria, a chiamarla “opportunità”.
Dall’altro lato, abbiamo Donald.
Donald è quello che è: un uomo che sembra uscito da un film dell’orrore, ma senza regista, senza sceneggiatura.
Un clown radioattivo che continua a funzionare, perché la gente non sa più se ridere o fuggire.
E lui lo sa, e resta lì.
E allora mi è venuto in mente Michele Capozzi. Perché, porca troia, non è mai diventato sindaco di New York?
Non ha mai voluto prendere la cittadinanza americana — diceva che era solo un’altra forma di appartenenza obbligatoria.
Ma lui era già cittadino del mondo.
Era amato da tutti, anche da chi lo derideva.
Capiva la città meglio di chiunque: le sue strade, le stazioni, le donne senza direzione e gli uomini senza fede.
Non voleva comandare, voleva capire.
E questo, oggi, è un difetto fatale.
Se ci pensi, forse avrebbe potuto farcela.
Perché se un rapper ugandese può diventare sindaco di New York,
allora vale tutto.
Vale anche lui.
Vale anche noi, che restiamo qui a guardare.
A chiedere scusa per essere vivi, per essere lucidi, per non credere più.
E non saremo certo peggiori di un simpatizzante di Hamas
o di un miliardario che sembra scappato da un incubo americano.
Noi, almeno, non abbiamo mai mentito sul dolore.
E nemmeno sulla gioia, quando capitava.
Postilla del curatore
Tre uomini raccontano, ciascuno a modo suo, la stessa epoca senza misura.
Un rapper ugandese appena eletto sindaco di New York: la leggerezza che si fa potere.
Un miliardario ossessivo e impresentabile che torna alla Casa Bianca: il potere che si traveste da farsa.
E un uomo dimenticato, Michele Capozzi, che della città capiva tutto e non ne volle mai nessuna. Forse lui, oggi, è l’unico vero sindaco che sarebbe rimasto.
Perché oramai, capozzino non c’è più.
Original English Version
Letter from Danny Brown
(for Michele Capozzi, wherever he may be)
The new mayor of New York is a rapper.
A Ugandan kid, born to Indian parents, who ten years ago was in Kampala with a rusty mic and a broken beat, rapping about traffic jams, blackouts, dust in his teeth, motorbikes, and kids who didn’t want to go back to the village.
He used to say rap was a kind of cleansing.
He didn’t talk about success — he talked about survival.
And now there he is: suit, tie, cameras, promises.
The city that thinks it is the world just handed him the keys.
The problems of Kampala aren’t the problems of New York —
but maybe they are, just sharper, dirtier, more expensive.
Maybe America just learned how to disguise misery,
and call it “opportunity.”
On the other side, we’ve got Donald.
Donald is what he is — a man who looks like he walked out of a horror movie,
only without a director or a script.
A radioactive clown who keeps running,
because people no longer know whether to laugh or run.
And he knows it — that’s why he stays.
And then I thought of Michele Capozzi.
Why the hell didn’t he ever become mayor of New York?
He never wanted American citizenship — said it was just another kind of forced belonging.
But he was already a citizen of the world.
Everybody loved him, even the ones who laughed at him.
He understood the city better than anyone: its streets, its stations,
the women with no direction, the men with no faith.
He didn’t want to rule — he wanted to understand.
And that, today, is a fatal flaw.
If you think about it, maybe he could’ve done it.
Because if a Ugandan rapper can become mayor of New York,
then anything goes.
Then he counts too.
Then we all do —
those of us who stay behind, watching,
apologizing for being alive,
for being clear-headed,
for not believing anymore.
And we’re surely no worse than some Hamas sympathizer,
or a billionaire who looks like he stumbled out of an American nightmare.
At least we never lied about the pain.
And not even about the joy — when it happened.
Danny Brown
New York, novembre 2025


Michele Capozzi (Genova, 1946 – Genova, 2023)
Intellettuale anomalo, narratore del desiderio e dei margini, Michele Capozzi è stato un uomo fuori dai generi e fuori dai tempi. Nato a Genova nel 1946, si è laureato in Giurisprudenza e diplomato in Scienze Sociali. Negli anni Settanta ha vissuto a Londra come “figlio dei fiori” e ha lavorato nel cinema italiano con registi come Faenza, Giannarelli, De Palma e Lewis Gilbert. Nel 1978 si trasferisce definitivamente a New York, dove abita per oltre quarant’anni su una houseboat ormeggiata sull’Hudson.
Esploratore urbano ante litteram, ha guidato generazioni di viaggiatori attraverso i quartieri oscuri, notturni e nascosti della Grande Mela, trasformando il turismo in un’esperienza antropologica. Ha inventato la figura dell’urban pornologist, fondendo ricerca, performance e narrativa in un corpo unico. A bordo di una Chevrolet “sgangherata apposta”, ha portato centinaia di persone alla scoperta di gospel a Harlem, drag show nel Bronx, soul food, chiese battiste e afterhours segreti. Con lui ogni giro diventava un film.
Negli anni Ottanta ha coniato il termine Pornologia, anticipando una riflessione critica e politica sulla pornografia come linguaggio e come specchio sociale. È stato autore di riviste come Video Inserto X, X Eros in Video, Video XXX, e ha collaborato con icone del porno indipendente come Candida Royalle, diventandone complice e produttore.
Il suo documentario Pornology New York (2005), vincitore del pubblico al festival Cinekink e conservato al Museum of Sex di New York, è considerato un’opera di culto. Ha lavorato anche a TV Transvestite, Pasta al Porno, e a una miriade di progetti mai completamente finiti ma sempre intensamente vissuti.
Negli ultimi anni aveva avviato a Genova dei tour “underground” e un documentario intitolato Bollezzumme. È morto nel gennaio 2023 all’ospedale San Martino, dopo un ricovero breve. Fino all’ultimo ha scritto, ha amato, ha raccontato.
P.s.
Di Donald sappiamo tutto. Dedichiamoci ora a Zohran, ieri sconosciuto oggi sindaco della grande mela.
Nota biografica non convenzionale di Zohran Mamdani
Zohran Mamdani è nato a Kampala nel 1991.
Suo padre, Mahmood Mamdani, è uno dei più autorevoli intellettuali africani contemporanei: docente alla Columbia University, autore di testi fondamentali sulla memoria coloniale e sulla condizione degli emigrati indiani in Africa orientale. Negli anni Settanta, dopo essersi a lungo lamentato del trattamento riservato agli indiani in Uganda, decise di lasciare il Paese e stabilirsi negli Stati Uniti — portando con sé quella doppia nostalgia tipica degli esiliati: per la patria perduta e per quella mai davvero trovata.
Sua madre è Mira Nair, regista indiana, autrice di Salaam Bombay! e Monsoon Wedding, vincitrice della Leone d’Oro a Venezia e figura centrale del cinema post-coloniale. È anche la regista di un film dal titolo improbabile, Kama Sutra: A Tale of Love (1996), piccolo giocattolo per la pruderie occidentale: più che erotico, etnico; più che sensuale, diplomatico. Un esercizio di equilibrismo tra l’impegno e il softcore, tra l’Oriente reale e quello che l’Occidente vuole pagare per vedere. Opportunismo è parola eccessiva, ma diciamo pure che una certa paraculaggine estetica — morbida, consapevole, un po’ accademica — le è sempre appartenuta.
Zohran cresce in questo crocevia di intellettualità e cosmopolitismo: l’Africa del padre, l’India della madre, e la New York che li accoglie come nuova patria temporanea. È il prodotto perfetto della globalizzazione sentimentale e culturale: istruito, politicamente accorto, privilegiato. Ha studiato nelle migliori scuole americane e si è avvicinato alla politica attraverso i movimenti progressisti del Queens, ma prima di tutto — come ama ricordare — faceva rap. Con lo pseudonimo di “Mr. Cardamom”, si esibiva nei club di Kampala e nei campus universitari, con testi in inglese e luganda che parlavano di blackout, traffico, corruzione e sopravvivenza. Una forma di catarsi, diceva. Non parlava di successo, ma di resistenza quotidiana.
Ha sposato Rama Sawaf Duwaji, artista e illustratrice americana di origini siriane, attiva tra New York e Los Angeles. Si sono conosciuti — dettaglio ormai celebre — su un’app di incontri. Lei disegna, modella la ceramica, racconta il corpo e la memoria con una grazia asciutta e malinconica. Insieme rappresentano quella nuova America meticcia e consapevole che ama definirsi progressista ma non sa più distinguere tra destino e algoritmo.
E qui entra la parte Borat.
Perché c’è qualcosa di irresistibilmente Boratiano in tutto questo: un uomo di origini ugandesi e indiane, sposato a un’artista siriana conosciuta online, che diventa sindaco della capitale del capitalismo. Un po’ Mr. Cardamom, un po’ Sacha Baron Cohen in versione progressista. A vederlo oggi, con giacca stretta e sorriso educato, sembra il personaggio di una serie HBO sulla rinascita etica dell’America — scritta però da qualcuno che non crede più nei finali felici.
La sua biografia, se la leggi tutta di fila, ha il ritmo di una sitcom post-coloniale: padre esule, madre autrice di Kama Sutra, studi perfetti, citazioni di Gramsci, ritornelli di Kendrick Lamar. Una vita dove la coscienza sociale e l’autopromozione si mescolano in un perfetto equilibrio di marketing etico. Eppure, nonostante tutto, Zohran rimane simpatico. Crede davvero che le parole servano, che la cultura sia un’arma gentile, che il potere possa essere esercitato con grazia.
È un Borat che non fa ridere degli altri, ma con gli altri.
E sarà, probabilmente, irresistibile vederlo — da buon musulmano scita rispettoso della tradizione — celebrare la ashura in Central Park, magari autoflagellandosi a petto nudo in una mattina di giugno, tra i turisti e i joggers del Peacock Field. Un rito nuovo, esotico, grondante di sangue, splatter e per questo perfettamente americano, da filmare in diretta streaming, con una musica di sottofondo e qualche applauso distratto.
Puro Broadway.
Un momento che Michele Capozzi avrebbe amato: l’ultima, malinconica dimostrazione che tutto, oggi, può diventare spettacolo — tranne la verità.