In queste ore a Madrid si sono incontrati Scott Bessent, segretario al Tesoro degli Stati Uniti e He Lifeng, vicepremier cinese. Non per discutere di proliferazione nucleare, non per dare limiti agli arsenali strategici: il tema era TikTok. Segno dei tempi: una volta ci si confrontava sugli ordigni capaci di annientare l’umanità, oggi sugli algoritmi che plasmano e manipolano il pensiero critico delle masse. Non è meno pericoloso, perché il bombardamento non arriva più dal cielo, ma dallo schermo tascabile che ognuno tiene in mano.
I delegati si stringevano la mano ed il China Daily diffondeva un breve video: Khaby Lame, l’italo-senegalese più seguito del pianeta con oltre 141 milioni di follower, davanti a un enorme pentolone di salsa piccante nello Yunnan. Una scenetta rapidissima: occhi spalancati, braccia che si agitano, smorfie allampanate. Bastano pochi secondi e milioni di visualizzazioni. È il paradigma del nostro tempo: il nulla pressurizzato che diventa notizia, esempio, modello.
Non è la prima volta che la “faccia nera” conquista lo spettacolo. Negli anni Venti c’era Al Jolson, il bianco (era nato russo) pitturato di nero che cantava in The Jazz Singer, primo film sonoro della storia del cinema. Era il tempo del blackface: una maschera teatrale, grottesca, che precedeva qualsiasi riflessione razziale e funzionava come caricatura codificata. La “faccia nera” era artificio, convenzione, travestimento, caricatura. Oggi il gioco si è ribaltato: Khaby Lame non interpreta, non parodizza, non recita. È semplicemente la faccia nera, ridotta a smorfia, svuotata di ogni senso e consegnata all’algoritmo. Non più un ruolo, ma un vuoto.
Il paragone con la grande tradizione del muto è devastante. Jacques Tati trasformava il gesto quotidiano in poesia; Harold Lloyd, sospeso sulle lancette di un orologio, diventava il simbolo di un’epoca intera; Chaplin faceva del silenzio una lingua universale, capace di raccontare la dignità e l’ingiustizia in Modern Times. Quelli erano artisti: prendevano la realtà e la sublimavano, restituendo alla gente la coscienza di sé. Lame non ha nulla di tutto questo. Non è artista, non è comico, non è nemmeno spiritoso: è semplicemente visibile.
La sua biografia lo racconta meglio di qualunque teoria: ex operaio senza qualità, improvvisamente catapultato nel pantheon digitale. Non per un talento nascosto, non per un’idea, non per un’opera. Solo perché l’algoritmo di TikTok ha premiato la sua faccia. È per questo che Khaby Lame è un cattivo maestro: insegna che non serve intelligenza né impegno per ottenere successo. Il messaggio implicito è che la via più rapida è proprio l’assenza di tutto. La sua parabola dice a milioni di adolescenti che ogni sforzo non serve, che la disciplina è inutile, che l’unica strategia vincente è mettersi davanti alla telecamera. Non è solo intrattenimento: è un modello. E come tutti i cattivi maestri, corrompe non perché mente, ma perché dimostra. TikTok, con la sua estetica compressa, è lo strumento perfetto: la macchina cinese che genera mostri. Non più la fabbrica di sogni di Hollywood, ma la fabbrica del vuoto di Pechino.
Un tempo la risata serviva a dare senso alla fatica: Chaplin piegava la catena di montaggio in ironia, Lloyd rischiava la vita per mostrare il coraggio dell’uomo comune, Tati sapeva trovare armonia persino nell’incomunicabilità moderna. Erano risate che educavano, che riconciliavano l’uomo con la sua fragilità. Oggi ridiamo del vuoto acefalo che ci consuma.
E allora, cosa dite … il mio wishful thinking è rimandare Khaby Lame in fabbrica a Chivasso. Lascio a voi il successivo: dove mandiamo i potenti della terra?
Avete suggerimenti?
17 settembre
