I giorni di guerra hanno un effetto preciso sulla memoria: costringono a riaprire libri che altrimenti resterebbero chiusi sugli scaffali. Non è un gesto neutro. È quasi involontario, come se fosse la realtà stessa a scegliere per noi.
Il volume di Omar Coloru non lo cercavo. Era lì, infilato tra altri libri di storia romana, comprato tempo fa senza un motivo preciso. Uno di quei libri che si prendono per intuizione, per una promessa vaga, e poi restano in attesa. L’ho ripreso in mano per caso, o almeno così sembrava. La copertina un po’ consumata, le pagine già segnate, qualche sottolineatura dimenticata. Non ricordavo quasi nulla del contenuto. Eppure bastano poche righe per capire perché fosse lì.
Racconta un episodio raro, quasi rimosso: la cattura dell’imperatore romano Valeriano da parte del re persiano Shapur I, nel 260 d.C., dopo la battaglia di Edessa. Per Roma fu uno shock che andava oltre la sconfitta militare. Non era caduto un generale, non era stata persa una provincia. Era caduto l’imperatore stesso, incarnazione dell’ordine imperiale. L’idea di Roma come potenza invincibile si incrinava in modo improvviso e visibile. La memoria occidentale tende a raccontare un’altra Persia. Quella sconfitta a Battaglia di Maratona, respinta dai Greci, travolta da Alessandro Magno fino a Persepoli. Una Persia che arretra, che cede, che scompare. Ma la storia reale è meno lineare. La Persia non sparisce mai davvero. Cambia forma, dinastia, lingua, religione, ma resta una continuità politica e culturale capace di riorganizzarsi. Dopo Alessandro arrivano i Parti, poi i Sasanidi. E con i Sasanidi torna a essere un impero. È in questo equilibrio che avviene la cattura di Valeriano.
Per i Romani fu un trauma. Per la Persia, un’immagine da fissare nella pietra. Nei rilievi rupestri di Naqsh-e Rostam, Shapur è raffigurato a cavallo mentre l’imperatore romano compare davanti a lui, sconfitto. Non è solo celebrazione. È costruzione di potere. Una scena pensata per durare. Roma e Persia non erano semplicemente rivali. Erano speculari. Due imperi universali, con burocrazie complesse, eserciti professionali, visioni del mondo totalizzanti. Il loro confine – tra Siria, Mesopotamia e Armenia – fu per secoli una linea instabile dove ci si combatteva e, al tempo stesso, ci si osservava. Per questo la caduta di Valeriano pesa più di una sconfitta. Non rompe solo un equilibrio militare. Incrina una forma mentale.
Oggi il nome Iran ritorna nei titoli in un linguaggio esclusivamente strategico: missili, droni, deterrenza. Ma dietro quel nome si muove una continuità storica rara. L’Iran contemporaneo non è solo uno Stato novecentesco. È una delle ultime espressioni di una civiltà imperiale che attraversa i secoli. La scena di Shapur e Valeriano appartiene a questa lunga durata. E forse è per questo che torna a parlare. Nel 260 d.C., la cattura dell’imperatore non fu soltanto un evento militare. Fu un gesto. Un atto visibile. Il vertice dell’ordine romano trasformato in oggetto del potere altrui. Non era necessario distruggerlo subito. Bastava mostrarlo vinto. Oggi il gesto è diverso. Non si cattura. Si elimina. Non si espone. Si cancella. E tuttavia la logica non cambia del tutto. Il bersaglio resta il vertice. Le figure apicali vengono colpite non solo per la loro funzione operativa, ma per ciò che rappresentano. Il messaggio è semplice: ciò che appariva intoccabile può essere raggiunto. Nel mondo antico, la caduta di Valeriano incrinò l’immagine dell’invincibilità romana. Nel mondo contemporaneo, l’eliminazione selettiva dei vertici produce un effetto simile: non distrugge immediatamente il sistema, ma ne altera la percezione. E il potere, in ogni epoca, vive anche di percezione. C’è però una differenza decisiva. Nel mondo antico, il potere aveva bisogno del corpo del nemico. Doveva essere visibile, umiliato, trasformato in simbolo. Oggi il potere è più rapido, più astratto. Non ha bisogno di esibire. Basta colpire. L’immagine segue, si diffonde, si consuma. Se Valeriano fosse vissuto oggi, probabilmente non sarebbe stato trascinato in Persia. Sarebbe semplicemente scomparso.
Eppure, sotto questa differenza, resta una continuità più profonda. Quando due sistemi si percepiscono come speculari, il conflitto tende a produrre un momento in cui si cerca un gesto definitivo. Un gesto che dica: il tuo ordine non regge più. Nel III secolo fu la Persia a compierlo contro Roma. Oggi, per molti versi, è l’Occidente a tentare lo stesso movimento. La storia, però, suggerisce cautela. La Persia è troppo antica per essere annientata.
11 maggio
