Tra le montagne di Chiang Mai, un uomo costruisce un rifugio per chi non vuole più spiegarsi
Bangkok, giugno 2019
Eravamo in sei, forse sette, seduti a un tavolo all’aperto in una traversa di Sukhumvit. La notte era dolce, lucida di sudore e negroni sbagliati, e la città sembrava tollerare ancora — per miracolo o per inerzia — quell’idea che altrove chiamano libertà. Mi avevano portato lì due amici italiani, espatriati di lungo corso. Avevano insistito: “Devi conoscere Martin. Ti piacerà.”
Martin era l’unico a non avere i sandali. Aveva una camicia di lino color avorio, ben stirata, e le mani da ex surfista australiano che ora parla di capitale paziente e diritto sanitario. Cinquantotto anni o giù di li, credo. Sguardo di chi ha visto fallire cose più grandi di lui, eppure continua.
“Il problema non è morire da soli,” mi disse quasi subito, “è sapere che nessuno capirà il tuo passato mentre muori.”
Non sapevo ancora bene cosa facesse. Pensavo a un investitore, uno dei tanti espat vagamente new age che aprono cliniche private per occidentali a Chiang Mai. In parte lo era. Ma quella sera parlò di altro.
Martin ha un progetto: costruire il primo hub sanitario e comunitario per anziani LGBTQ+ in Asia, a metà tra clinica, villaggio-residenza e luogo dell’anima.
“Un posto dove le persone possano invecchiare senza dover spiegare la propria vita ogni volta che si spogliano davanti a un’infermiera.”
Mi mostrò sul telefono un pdf: disegni architettonici, il plastico virtuale di una casa circolare, stanze con pareti scorrevoli, un orto in comune, una piccola cappella laica per cerimonie intime. Il nome era provvisorio: The Circle.
“Non sarà un ghetto — mi spiegò — ma neanche l’ennesimo resort gay per americani con problemi alla prostata. Sarà un rifugio. Con medici formati, assistenza mentale, e un’idea di comunità. Perché quando i tuoi amici muoiono, e i tuoi amanti sono storie passate, quello che ti rimane è chi capisce ancora come ti chiamavi prima di avere paura.”
Mi colpì la serietà con cui parlava. Non c’era patetismo, né marketing emozionale. Solo la lucidità di chi ha capito che, nella vecchiaia queer, l’invisibilità è la vera malattia.
“Lo faremo in Thailandia,” disse. “Non solo per i gay australiani, ma per chiunque abbia vissuto abbastanza a lungo da voler riposare in pace con sé stesso.”
Gli altri al tavolo ascoltavano. Un ragazzo filippino, silenzioso, fece cenno che avrebbe portato sua zia. Io ordinai un altro gin tonic e non dissi niente. Ma tornato in albergo, presi nota del nome: Martin Redford. E della città in cui voleva costruire tutto questo: Mae Rim, provincia di Chiang Mai.
Tre giorni dopo ero su un volo per Chiang Mai. Non so se per giornalismo o nostalgia preventiva. Avevo chiesto a Martin se potevo vedere il terreno. Mi aveva risposto solo: “Certo. Chiedi di Lek, ti porterà lui.”
Lek aveva un pick-up color ruggine e un cappellino con la scritta Love wins. Parlava poco inglese, ma sapeva dove andare. Usciti dalla città ci lasciammo dietro i templi e i caffè per expat spirituali, e salimmo verso Mae Rim, tra curve larghe e fattorie di orchidee.
Il terreno era ancora vuoto. Un rettangolo imperfetto di erba alta, cespugli di plumeria e una vista che respirava.
Lek mi indicò dove sarebbe stata la casa delle storie: al centro. Intorno, cerchi concentrici di piccole unità abitative. Tutto su un solo piano, tutto senza angoli acuti. “Martin like round,” disse Lek, sorridendo.
Accanto, c’era già una vecchia quercia. Nessuno avrebbe avuto il coraggio di tagliarla. Forse sarebbe diventata l’altare laico del posto.
Mi sedetti su una pietra piatta e lasciai passare mezz’ora. Il canto dei grilli sembrava quello di un’era pre-sociale.
Immaginai quel luogo abitato: un vecchio che taglia mango per il compagno malato, una donna trans che dipinge silenziosa in veranda, un medico che si ferma a parlare, non solo a prescrivere. Nessuno rideva di più, nessuno spiegava chi era stato a vent’anni.
Solo persone che avevano smesso di essere eccezioni.
Mi venne in mente una frase che Martin aveva detto la prima sera, e che allora avevo solo annotato:
“La dignità è fatta di piccoli dettagli: una stanza dove scegliere le proprie foto, un bagno senza paura, un luogo dove la tua storia non sia un errore di battitura.”
Ci restai fino al tramonto. Quando tornai in città, avevo la sensazione precisa di aver visto qualcosa che ancora non c’era — ma che esisteva già.
Il Sud-est asiatico è da tempo il grande ritiro degli irregolari. Pensionati solitari, amori fuori tempo massimo, relazioni disordinate, identità flessibili, corpi stanchi ma liberi. Per chi ha vissuto la vita queer tra fughe e ricostruzioni, questa parte di mondo ha offerto — senza proclami — una tregua più onesta di molte democrazie occidentali.
Non per nobiltà, ma per abitudine.
La Thailandia non è un paese giusto: è un paese che non fa troppe domande. Ed è già qualcosa.
Qui nessuna burocrazia ti costringerà a ridefinirti. Nessuna vicina ti chiederà se sei davvero la moglie, o se quell’uomo più giovane è tuo nipote. Puoi invecchiare senza doverti confessare ogni mattina. Ma questa discrezione ha un prezzo: devi fare tutto da solo.
Non esistono programmi pubblici per anziani LGBTQ+. Nessuna casa di riposo “arcobaleno”, nessuna policy inclusiva vera. L’assistenza è per chi può pagarla, la cura è un affare privato. Il Far East ti offre lo spazio, non la struttura. Per questo Martin Redford è importante. Non perché sia l’unico — ce ne sono altri, sparsi, silenziosi — ma perché ha deciso di non rassegnarsi al caso. Vuole scrivere una grammatica della vecchiaia queer in Asia, non solo abitarne le pause.
E in questo, forse, sta la vera forza del suo progetto: non chiedere tolleranza, ma costruire legami. Non aspettare leggi, ma inventare luoghi. Non elemosinare visibilità, ma cucire storie su misura. Chi vorrà vivere lì, a Mae Rim, non troverà un’utopia. Troverà la possibilità — preziosa, fragile — di morire riconosciuto. Di avere un orto. Una stanza. Un nome pronunciato bene.
E a volte, per chi ha attraversato tutto il secolo dalla parte sbagliata del desiderio, questo basta a chiamarlo casa.
Post scriptum – In tempo
L’incontro con Martin Redford avvenne nel 2019. Era un altro mondo, e anche noi eravamo ancora interi ed il virus riposava ancora nei laboratori di Wuhan. Era un viaggio — niente di più. Poi arrivò il Covid, e tutto cambiò. I voli furono cancellati, i progetti sospesi, le intenzioni disperse. Il telefono smise di rispondere. Le email non ebbero più risposta.
Abbiamo cercato di avere notizie.Qualche messaggio agli amici comuni, un nome su LinkedIn, una ricerca distratta su Google. Ma niente. Come se Martin fosse scomparso nel tempo esatto in cui il mondo ha smesso di credere nei luoghi senza scopo di profitto. Non so se il terreno di Mae Rim sia mai diventato qualcosa. Forse è rimasto com’era: una radura d’erba alta e grilli. Forse qualcuno ha raccolto l’idea e l’ha fatta sua. O forse no. Rimane solo quel compasso mentale, quella curva tracciata per immaginare un posto in cui invecchiare riconosciuti. Ho capito che qualcosa è stato gettato allora, come un seme. E anche se non ne è nato nulla di visibile, è rimasto il gesto.
Non siamo più quelli che eravamo. Siamo diventati le persone che Martin aveva intorno: sparpagliati, parziali, testimoni involontari di un’idea che forse aveva bisogno di più tempo, o meno paura.
Se mai nascerà davvero un luogo come The Circle, io saprò da dove è partito.
Da una frase detta in una notte gentile, quando tutto era ancora possibile:
“Il problema non è morire da soli. È sapere che nessuno capirà il tuo passato mentre muori.”
15 luglio
