A Macao c’è un parco abbandonato. Non lo trovate su TripAdvisor. Non è tra i circuiti del turismo cinese, né tra le nostalgie portoghesi che vendono pasteis de nata al Mandarin Oriental. È un quadrato polveroso, un tempo verde, ora ridotto a scarti d’imballaggio e cartone gonfio di pioggia. Eppure lì – in quel punto dimenticato del mondo – Johnny Hallyday ha combattuto la sua ultima guerra.
Il film si chiama Vengeance, che in francese è una parola lenta, come una sentenza letta al tramonto. Ma nella versione cantonese – 復仇 – ha una forma diversa. Non c’è nostalgia. Solo il ritorno, il debito, il sangue che chiama sangue.
Il regista è Johnnie To, maestro invisibile del noir di Hong Kong, uomo con la testa piena di geometrie e silenzi. Uno che gira sparatorie come danze zen, con i killer che si muovono in stormo coprendosi le spalle. In questo film del 2009 To incontra Hallyday – o forse è il contrario.
«Devo vendicare mia figlia.»
Johnny lo dice in un inglese incerto, scatta una Polaroid, la infila in tasca, e la memoria comincia a svanire.
Il tempo si sfilaccia. I volti si confondono. Gli spari arrivano sempre dietro la pioggia.Il paradosso è tutto lì: un rocker europeo che si aggira tra neon e lingue che non conosce, cercando giustizia con tre sicari – Kwai, Chu e Lok – che sembrano usciti da un manga, ma con la malinconia degli impiegati in pausa pranzo. Quando accettano il lavoro non lo fanno per soldi: lo fanno perché Johnny li guarda negli occhi e tace.
In quel silenzio c’è il peso di un’Europa stanca. La sua maschera è già una tomba.
La Macao di Vengeance non è quella dei casinò. È una Macao da dopoguerra, deserta e surreale, dove le armi sparano al rallentatore e i nemici appaiono dietro i container come spettri. To la filma con rispetto, come un pittore del sogno: tutto è simmetrico, lento, bellissimo.
C’è una scena – nel parco – dove i killer ruotano intorno a cubi di cartone in un balletto: è un duello coreografato per il nulla, una sinfonia per pistole e memoria perduta. E lì il cinema cambia forma: non è più Asia, non è più Europa, è un altrove. Un Oriente nuovo, nato dallo scambio.
E poi c’è lui. Johnny. Malato, stanco, probabilmente già condannato. Vengeance è il suo addio: pochi anni dopo ma quello è il suo vero ultimo film. Vederlo così, volto scavato, capelli scolpiti – è come assistere a un dio pagano in esilio che accetta di salire su un palco quando il sipario è già calato. Sembra che il ruole fosse stato offerto prima a Delon che lo ha rifiutatato, Peggio per lui e meglio per noi.
Non stupisce che Joe Queenan, in un bellissimo pezzo sul Guardian, abbia definito il film «spettacolarmente folle» e destinato a un «inattaccabile status di culto». Una storia fuori registro, girata da un maestro del gesto minimo, con un protagonista fuori posto e fuori tempo. Proprio per questo irripetibile.
Proprio perché sbilenco, eccessivo, Vengeance si ama non malgrado ma attraverso i suoi difetti. Come si amano i figli che non prendono mai dieci in matematica, che si perdono nei corridoi della scuola e piangono per una poesia. Li ami di più, perché ti somigliano.
Così anche questo film. È un saluto storto e claudicante. È Johnny che sbaglia mira ma colpisce il cuore. È l’Europa stanca che cerca rifugio nell’Asia sognata. È un vecchio leone con la voce roca che canta per l’ultima volta, tra neon, proiettili e pioggia.
Postilla – Cinema Centrale, Via Torino
Ho visto Vengeance al Cinema Centrale, in via Torino a due passi dal Duomo di Milano. Chissà se esiste ancora: forse è defunto, come tante cine milanesi, piccoli templi sbrecciati dove si entrava per stare al buio e sentire le cose, non solo guardarle. Due salette strette, suono pessimo, poltrone di legno duro – eppure ci ho visto film indimenticabili.
Ricordo Moon, il debutto del figlio di David Bowie: un film che meritava più vita di quanta ne ebbe. E poi Vengeance. Era un pomeriggio d’autunno, pioveva, mi sono rifugiato dentro. Dentro c’era Macao, Johnny, il tempo che scivolava via. E l’idea che i film sbagliati, storti, dimenticati – proprio quelli – possano diventare nostri. Più di tutti gli altri.
17 novembre
