Voglio stare ad Angkor, che è tanto bella e non è nemmeno distrutta come si crede. E voglio starci anche se i Khmer rossi mi vorranno ancora come capo di Stato. Non voglio andare in Francia. Non amo più la Francia. La Francia m’ha abbandonato. M’ha offeso: ha riconosciuto Lon Nol. Non voglio andare in Italia. Non amo più l’Italia. Amavo Roma, amavo Firenze, amavo Venezia come un romano e un fiorentino e un veneziano. Non le voglio più rivedere.

Così parlò Norodom Sihanouk, re decaduto, sovrano risorto, attore instancabile nel grande teatro della Storia. Lo disse a Oriana Fallaci, nel giugno 1973, sull’isola di Brioni. E non sembrava un uomo di potere, ma un monaco stanco. Non un capo di Stato, ma un sopravvissuto. E il suo sogno non era la rivincita. Era Angkor Wat.
Il più antico, il più inutile dei desideri: sparire nel cuore ferito del proprio regno. Non al sicuro. Non all’estero. Ma lì, tra le rovine. Con le calunnie e i tradimenti.

Ho fatto troppo per lei. Al tempo dei francesi era un villaggio. Sono io che ho costruito i giardini, le strade, i viali.

E aggiunge, con candore quasi infantile:

Mi farò costruire una buona Mercedes-Benz e mi farò portare ad Angkor. Tanto non dovrò mica governare, e anche se i Khmer rossi continueranno a volermi come re, io potrò andarci benissimo.

Il tempio era suo. Come il dolore. E nella sua mente, persino la fuga si immaginava con un pizzico di lusso dismesso: una Mercedes, un viale polveroso, un re stanco che chiede soltanto di essere dimenticato bene.

Negli anni Settanta, Oriana Fallaci non faceva interviste: metteva in scena scontri. Cercava la frattura, la crepa nel personaggio, il momento in cui la maschera cade. Intervistava con rabbia, con ironia, con desiderio di verità. Ma anche con l’ossessione dell’intelligenza. Con i potenti non era mai deferente. Con gli uomini dell’Estremo Oriente, però, incontrava una forma diversa di opacità. Non bugie. Ma strategie del silenzio, della sfumatura, dell’ambiguità.
L’intervista con Sihanouk è esemplare: Fallaci incalza, ma il re non arretra. Risponde, deraglia, si racconta e si protegge. A tratti sembra un vecchio attore che ha smesso di credere nel testo ma continua a recitare. A tratti sembra sincero. E allora spiazza.

Io sono solo un uomo che ha fatto errori. Tanti. Ma li ho fatti da solo, non per conto di nessuno.

La forza di quella conversazione è che nessuno dei due riesce a dominare l’altro. E in questa tensione, il lettore intravede qualcosa di raro: la verità come campo di battaglia, non come bottino.

Dalle parole di Sihanouk, selezionate con attenzione dall’inrevista, emerge un re stanco, ironico, affilato. Ma anche profondamente colto. Cita la musica, il cinema, le città italiane. Parla dei suoi errori come un uomo che sa che non ci sarà assoluzione, ma desidera almeno essere compreso. Parla di Asia come un uomo europeo. Parla di colonialismo come un uomo offeso. Parla di comunismo come un sopravvissuto.

I comunisti, almeno, non mi hanno mai mancato di rispetto. Gli occidentali, invece, mi hanno trattato come un clown.

Non sono comunista e non potrei esserlo mai. Non mi piace l’idea di dover rinunciare a una certa libertà personale, né alla possibilità di criticare. Ma loro, almeno, mi hanno lasciato un po’ di dignità.

Non chiede perdono. Ma nemmeno si assolve. Vuole solo raccontare la complessità. E lo fa con lucidità:

Lei non mi capisce, signora. Perché cerca una logica europea in una tragedia asiatica.

Alla fine, chi legge non sa bene chi sia davvero Sihanouk. Ma ha la sensazione di aver incontrato uno spirito che ha attraversato tutte le maschere. E ha scelto, per ultima, quella del re che voleva vivere tra le rovine.

Sihanouk non fu mai lineare. Ma chi lo fu, in Cambogia? Lui alleò il suo nome a Pol Pot. Ma tornò vivo da Pechino. Vide passare francesi, giapponesi, americani, vietnamiti. Rimase. Anche dopo la fine. E in quell’intervista, tra le battute teatrali e gli autocompiacimenti, si affaccia qualcosa di più grande:

Se avessi scritto canzoni e basta, la vita sarebbe stata più onorevole.

Non è un’ammissione. È una resa. Ma una resa degna. In Asia, più che altrove, la monarchia ha sempre convissuto con ideologie che le erano teoricamente nemiche. In Cambogia, come in Thailandia, la figura del re è sopravvissuta a regimi militari, a rivoluzioni comuniste, a occupazioni straniere. È sopravvissuta perché ha saputo trasformarsi: da sovrano assoluto a simbolo, da simbolo a reliquia, da reliquia a memoria collettiva.

Sihanouk fu tutto questo insieme. Non fu mai comunista, ma governò con i comunisti. Non fu mai liberale, ma affascinò l’Occidente. Non fu mai un rivoluzionario, ma parlò come tale. La sua grandezza non sta nella coerenza, ma nella capacità di attraversare il secolo senza mai diventare ridicolo.
E oggi, nella Cambogia che ha dimenticato quasi tutto, resta quella frase pronunciata tra le braccia dell’esilio:

Voglio stare ad Angkor.

Postfazione tra le rovine

Nessuno vuole più andare ad Angkor, oggi. I generali ci vanno per farsi fotografare. I politici per farsi ritrarre davanti al tramonto. I turisti per comprare un magnete. Ma lui, il re, ci voleva andare per sparire. Come fanno i veri orientali. Come fanno i poeti. Come fanno i sopravvissuti che non cercano più nulla.
Voglio stare ad Angkor. Da solo, con le calunnie, gli insulti e i tradimenti.

Ecco, forse questo è il lascito più autentico di Sihanouk. Non un’eredità di potere. Ma un’eleganza del congedo.

Cronologia essenziale

1922 – Norodom Sihanouk nasce a Phnom Penh, da una famiglia reale cambogiana.
1941 – I francesi lo nominano re, a soli 18 anni.
1953 – Ottiene l’indipendenza della Cambogia dalla Francia, diventando figura centrale del nuovo Stato.
1955 – Abdica in favore del padre per entrare in politica; fonda il movimento Sangkum.
1960-1970 – Guida il paese da primo ministro e capo dello Stato, tra modernizzazione e repressione.
1970 – Viene deposto da un colpo di Stato guidato da Lon Nol mentre è all’estero.
1970-1975 – Si allea con i Khmer rossi in esilio, sostenuto dalla Cina.
1975 – Rientra a Phnom Penh dopo la vittoria dei Khmer rossi, ma è posto agli arresti domiciliari.
1979 – Lascia il paese dopo l’invasione vietnamita e fonda un governo in esilio.
1991-1993 – Partecipa alla transizione democratica e torna capo di Stato.
2004 – Abdica definitivamente in favore del figlio Norodom Sihamoni.
2012 – Muore a Pechino, a 89 anni.

Nota biografica Norodom Sihanouk (1922–2012) è stato uno dei leader più carismatici e controversi del Sud-est asiatico. Re, principe, primo ministro, presidente, esule e infine re emerito, ha attraversato più volte il secolo senza mai sparire davvero. Dotato di talento musicale, passione per il cinema e un carisma teatrale, ha incarnato tutte le ambiguità della Cambogia postcoloniale. Sopravvissuto a guerre, tradimenti e rivoluzioni, rimane una figura tragica e affascinante: un uomo che volle restare sovrano, anche quando il regno era solo un’idea. Il suo desiderio finale di rifugiarsi ad Angkor Wat è forse l’unico gesto pienamente sincero di una vita passata in scena.

Post Scriptum: Il figlio di Sihanouk, Norodom Sihamoni, è oggi re della Cambogia. Elegante, riservato, monastico, non ha mai avuto ambizioni politiche. Educato a Praga, ex ballerino classico, è diventato sovrano nel 2004 dopo l’abdicazione del padre. Non ha figli, non ha partito, non ha potere. Rappresenta la monarchia come presenza discreta, una forma di testimonianza più che di azione. In lui si è spento il fuoco teatrale del padre. Ma forse, proprio per questo, è riuscito a non farsi consumare dal ruolo. Regna. Ma non esiste davvero. Come un’ombra benevola sul regno vuoto che fu di suo padre.

15 agosto

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