Non era un mago con bacchetta in mano,
ma sapeva fare il conto a ogni grano.
Non vendeva sogni in borsa o misteri,
ma azioni di treni, biscotti e mestieri.

Aveva investito per tutta la vita
in cose semplici, alla portata delle dita:
bevande quotidiane, lavoro umano,
oggetti comuni che tornano ogni mattino.

Quando gli chiesero dei Bitcoin volanti,
rispose: “Son cose da illusionisti brillanti.
Io non capisco cosa siano davvero,
e quando non capisco, resto fermo e sincero.”

Poi un bel giorno, da una capitale,
qualcuno gridò: “Basta! Guerra totale!
Mettiamo dazi a tutto il pianeta,
così l’America sarà perfetta!”

Ma Warren pensò, con voce sottile:
“Una guerra economica non è gentile.”

Così parlava il vecchietto d’America,
col cuore sereno e la mente empirica.

RITORNELLO (una volta sola):

Warren Buffett, vecchio cortese,
ama la calma, odia le spese.
Crede al lavoro, non al clamore.
Conta il tempo. E conosce il valore.

3 maggio

Salto in avanti. Temporale. Pochi mesi ed un gioco.

Scriviamo oggi perché ieri Warren Buffett è andato ufficialmente in pensione. Novantaquattro anni, una vita intera passata a fare la stessa cosa: comprare ciò che capiva e aspettare. In un mondo che ha sempre confuso la velocità con l’intelligenza, non era poco. Durante l’assemblea annuale degli azionisti di Berkshire Hathaway, tenutasi il 3 maggio 2025, Buffett aveva espresso parole insolitamente dure contro le politiche commerciali di Donald Trump, definendo l’uso dei dazi “un atto di guerra” e un errore strategico capace di isolare gli Stati Uniti e avvelenare i rapporti globali. «È un grande errore», aveva detto, «quando hai 7,5 miliardi di persone che non ti apprezzano molto, e 300 milioni che si vantano di come hanno agito».

Buffett aveva ribadito un’idea semplice e ormai controcorrente: la prosperità non è un gioco a somma zero. Se il mondo cresce, crescono anche gli Stati Uniti. Se il commercio si chiude, la politica diventa rancore e l’economia propaganda.

Nei giorni successivi, Berkshire Hathaway era stata costretta a smentire un video circolato sui social — e rilanciato dallo stesso Trump — in cui si attribuivano a Buffett elogi mai pronunciati sulle politiche economiche dell’ex presidente. La risposta era stata secca: tutti questi rapporti sono falsi. Nello stesso intervento, Buffett aveva annunciato il passaggio di testimone a Greg Abel, rassicurando gli azionisti: il suo patrimonio sarebbe rimasto investito nella società, perché la fiducia — quella vera — non si ritira mai del tutto.

Ora che ha smesso davvero, vale forse la pena dirlo senza retorica: nell’acquario di Wall Street, popolato da squali, illusionisti, predicatori e venditori di fumo, Warren Buffett non era il peggiore. Non perché fosse buono — la bontà non c’entra — ma perché credeva ancora che l’economia fosse una faccenda umana, fatta di tempo, lavoro, limiti e responsabilità.

E questo, oggi, è già quasi un atto sovversivo.

 

 

 

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