Tutto comincia con un articolo, datato 21 giugno 2025, titolato: “Giving up seats to elderly should be an easy decision in China”.
Un titolo civile, quasi ingenuo. Poi il contenuto: due casi, due giovani che non cedono il posto in metro e su un treno a due persone anziane, e l’intera nazione si spacca in due.Da una parte chi invoca i valori confuciani: rispetto filiale (xiao 孝), umanità (ren 仁), la cultura millenaria del “prima gli anziani”.
Dall’altra parte, una generazione cresciuta tra algoritmi, delivery, sogni economici sempre più distanti. Una generazione che, semplicemente, si siede.

I casi si moltiplicano: Hangzhou, Jinan, Shijiazhuang. Gente che si prende a schiaffi, anziani che si siedono in grembo a chi non cede il posto, mamme vendicative, telefoni che filmano tutto. Esistono regolamenti locali — ordinanze silenziose che istituirebbero “zone di cortesia” — ma sono spesso lettera morta, appese al muro come pergamene decorative. Più efficace, nei fatti, è la vendetta fai-da-te: una sberla, uno sputo, una vergogna virale.

Da anni il governo cinese prova a riportare in auge i valori confuciani:

  • classi di lettura obbligatoria degli Analecta,

  • programmi scolastici ispirati all’armonia e alla pietà filiale,

  • campagne pubblicitarie sulle “virtù tradizionali”.

Tutto molto ordinato. Eppure fuori, nei bus e nelle strade, il Confucianesimo è diventato un adesivo sbiadito sopra un sedile di plastica.

È un revival a comando. Un’ideologia da scaffale. Una civiltà millenaria ridotta a decalogo per pendolari.

La verità è che — mentre ci indigniamo — non ci accorgiamo che la Cina ci assomiglia ogni giorno di più. L’individualismo, la fatica quotidiana, la scomparsa del tempo lento: non è il fallimento della Cina, è la vittoria dell’Occidente. Silenziosa, capillare, metabolizzata da ogni metropoli. La generazione “Little Emperor” è cresciuta viziata, sola, e oggi restituisce il vuoto con cortesia assente e sguardo nello smartphone. Come qui. Come ovunque.

Epilogo: la lezione (amara) di Milano

Me lo dice lui, il mio amico cinese. Vive a Milano da anni, gestisce un piccolo ristorante in Porta Romana.

D’estate diventa filosofico. Sarcastico. «Hai letto di quei giovani che non lasciano il posto ai vecchi?» gli dico.

Mi guarda. Sbuffa. È sudato, esausto. «La Cina non è poi così diversa da qui. I giovani sono giovani. Narcisisti. Egoisti. Alla maniera occidentale. TikTok, stress, mutuo, niente sogni. Ha vinto l’Occidente, ma non te ne sei nemmeno accorto.»

Poi si alza e se ne va senza dire nulla. Mi lascia il caffè da pagare. Una piccola vendetta.

23 luglio

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