Donald Trump vola a Pechino dichiarando che gli Stati Uniti non hanno bisogno della Cina.
Né della Nato.
Né praticamente di nessuno.
Magnifico e psichedelico.
La frase è talmente sproporzionata rispetto alla realtà da sembrare pronunciata alle quattro del mattino da uno che ha litigato con la fidanzata e improvvisamente decide di “bastare a sé stesso”.
Dura mezz’ora.
Perché il mondo contemporaneo è l’esatto contrario dell’autosufficienza.
È una ragnatela tossica di dipendenze reciproche, ricatti energetici, software, satelliti, gasdotti, basi militari, assicurazioni navali, microchip taiwanesi, droni iraniani e petroliere registrate alle Isole Marshall che trasportano greggio russo venduto agli indiani per finire misteriosamente raffinato in Europa.
Tutti dipendono da tutti.
Persino gli ayatollah dipendono dal Wi-Fi.
E Trump invece continua a recitare la parte del cowboy terminale:
“Non abbiamo bisogno di nessuno.”
Certo.
Poi però:
servono gli Emirati;
servono i sauditi;
servono le basi in Qatar;
servono gli inglesi;
servono i satelliti;
servono i soldi del Golfo;
servono i cinesi abbastanza tranquilli da non mandare il petrolio a trecento dollari.
È il geopolitico equivalente di Freak Antoni degli Skiantos quando urla:
“Mamma sono ribelle!”.
E trenta secondi dopo:
“Mamma… mi stiri la maglietta rotta che vado ad un concerto?”
Uguale.
L’America contemporanea sembra questo: un adolescente gigantesco con undici portaerei nucleari e problemi di autostima.
La parte straordinaria è che tutto questo avviene mentre il pianeta finge ancora di vivere dentro il vecchio film americano degli anni Novanta. Washington decide, gli altri ascoltano e la storia va in una direzione sola.
Invece ormai il sistema assomiglia più a una cucina thailandese a Ramkhanhaeng alle tre di notte durante un blackout tropicale.
Tutti urlano.
Tutti trattano.
Tutti bluffano.
Nessuno controlla davvero niente.
E nel mezzo c’è Hormuz.
Non Netanyahu.
Non Trump.
Non Khamenei figlio, l’altro è vaporizzato.
Hormuz.
Una fessura d’acqua larga poche decine di chilometri da cui passa il sangue energetico del pianeta. Il destino della finanza globale appeso a una striscia di mare attraversata da petroliere gigantesche, droni nervosi e ragazzini sciiti che probabilmente ascoltano trap iraniana mentre osservano il radar.
È quasi offensivo quanto sia fragile tutta questa costruzione.
Wall Street.
La Nato.
Il dollaro.
L’ordine liberale internazionale.
BlackRock.
Il G7.
Epstein.
Leone a Roma.
La retorica occidentale sulla democrazia.
E poi basta un motoscafo esplosivo nello stretto giusto e improvvisamente il mondo entra in tachicardia.
La verità è che Trump non può dire:
“Abbiamo bisogno degli altri.”
Perché sarebbe la fine del personaggio.
Il vecchio protagonista non può confessare che il film ormai è corale.
Allora alza la voce.
Succede spesso agli uomini quando sentono che il controllo si sta sfaldando.
Parlano più forte.
Diventano teatrali.
Minacciano.
Si agitano.
Ma sotto il tavolo continuano a mandare messaggi a tutti.
Ai sauditi.
Agli emiratini.
Agli europei.
Ai cinesi.
Probabilmente persino agli stessi iraniani attraverso qualche diplomatico sudato in Oman.
I Beatles almeno erano più sinceri.
I get by with a little help from my friends.
Joe Cocker da sbronzo lo urlava come uno che aveva appena capito qualcosa di profondamente umano.
Trump invece continua a dire che non ha bisogno di nessuno.
Poi non dorme e telefona a tutti nel cuore della notte.
25 maggio

Il vero “Freak” Antoni