Keynes torna sempre.
Come quei vecchi ricchi inglesi che muoiono da quarant’anni ma continuano a comparire nei club coloniali di Singapore, seduti sotto pale lente, a parlare di civiltà mentre il mondo fuori marcisce nel caldo.
Ogni tanto qualche giornale occidentale lo rispolvera. Stavolta il Corriere della Sera. La vecchia storia: la tecnologia avrebbe dovuto liberarci dal lavoro. Tre ore al giorno. Forse quattro. Più tempo per leggere Proust, ascoltare Bach, scoparsi lentamente le persone amate, coltivare rose, diventare esseri umani completi.
Invece eccoci qui.
Stanchi.
Nevrotici.
Sedati da caffeina, pornografia algoritmica e notifiche.
Più produttivi di sempre e contemporaneamente più miserabili.
L’articolo sostiene sostanzialmente questo: il progresso tecnologico c’è stato, ma il capitalismo si è divorato il tempo liberato. Ogni guadagno di produttività è diventato nuova pressione, nuovo lavoro, nuova ansia.
È una spiegazione.
Molto europea.
Molto morale.
Completamente falsa.
Perché la verità più sporca è un’altra: la tecnologia non ha fallito affatto. La tecnologia sta funzionando magnificamente. Talmente bene da cominciare a rendere superflui milioni di esseri umani.
Il punto che Keynes non aveva capito è che il capitalismo industriale e quello digitale non sono la stessa cosa. La fabbrica fordista aveva bisogno della massa. Operai, impiegati, classe media, gente mediamente intelligente ma stabile. Persino un uomo mediocre, nel Novecento, poteva avere una casa, una famiglia, una dignità sociale. Bastava arrivare in orario, bere poco durante la settimana e non litigare col caporeparto.
Oggi no.
Oggi il sistema economico globale premia in modo osceno differenze minime di intelligenza, disciplina e adattabilità. Un singolo individuo brillante, insonne, leggermente disturbato e assistito dall’AI può produrre quanto un piccolo ufficio di dieci persone del 2004.
E lo fa senza pausa pranzo.
La tecnologia contemporanea non distribuisce valore.
Lo concentra.
Un tempo la macchina aumentava la forza collettiva. Oggi aumenta la forza individuale di chi è già forte.
Il resto rimane indietro.
E più la tecnologia migliora, più la forbice si apre.
Questa è la parte che terrorizza davvero le élite occidentali, anche se fanno finta di discutere di “work-life balance” su LinkedIn sorseggiando centrifughe da dodici euro.
Perché la questione non è più economica.
È antropologica.
Esistono già due umanità che iniziano lentamente a separarsi.
Da una parte:
- persone capaci di concentrazione lunga,
- apprendimento rapido,
- controllo emotivo,
- resilienza psicologica.
Dall’altra:
- esseri umani distrutti dalla distrazione permanente,
- infantilizzati,
- incapaci di leggere più di tre paragrafi,
- dipendenti da microdopamina digitale,
- convinti che “creare contenuti” significhi muovere le labbra davanti a TikTok.
E il punto veramente crudele è che il mercato non giudica moralmente.
Semplicemente seleziona.
La sinistra occidentale continua a parlare come se fossimo ancora dentro Tempi moderni di Charlie Chaplin. Il povero operaio schiacciato dagli ingranaggi. Ma il capitalismo contemporaneo non schiaccia soltanto. Elimina. Silenziosamente. Per irrilevanza.
Interi lavori stanno diventando finzioni amministrative mantenute in vita solo perché nessuno ha ancora avuto il coraggio politico di ammetterlo.
Riunioni inutili. Project manager di project manager. Persone che inoltrano email ad altre persone che producono PDF che nessuno leggerà mai.
Poi arriva un ventisettenne insonne a Bangkok, mezzo autistico, alimentato da nicotina e ChatGPT, e in quarantotto ore produce:
- report,
- analisi,
- codice,
- traduzioni,
- presentazioni,
- immagini,
- strategie.
Da solo.
Ed è qui che la promessa di Keynes implode. Perché Keynes immaginava che l’uomo, liberato dal bisogno, avrebbe scelto la cultura. La contemplazione. La crescita interiore. Ma basta guardare cosa fa davvero la gente col tempo libero.
Scrolla.
Scrolla come un tossico che cerca cocaina dentro una slot machine.
L’Occidente aveva sognato Atene.
Ha prodotto Las Vegas e Xanax.
Le metropolitane europee sono impressionanti se hai memoria storica. Una volta vedevi giornali, libri, silenzio, noia persino. Oggi milioni di facce illuminate da schermi scorrono video di persone che urlano, cucinano, litigano, ballano, mostrano culi, reagiscono ad altri video di persone che urlano.
Il surplus tecnologico non ha prodotto saggezza. Ha prodotto rumore.
E intanto la competizione è diventata planetaria. Anche questo Keynes non poteva capirlo davvero. Nel suo mondo esistevano ancora economie nazionali relativamente protette. Oggi un professionista milanese compete indirettamente con:
- un coder di Shenzhen,
- un designer di Ho Chi Minh City,
- un matematico russo emigrato a Belgrado,
- un indiano che lavora sedici ore al giorno,
- oppure direttamente con un modello AI.
Quindi la produttività aumenta, sì. Ma ogni aumento viene immediatamente divorato dalla competizione globale.
Se un software ti fa risparmiare due ore, non lavori due ore in meno. Il sistema pretende semplicemente output maggiore.
Più veloce.
Più economico.
Più continuo.
Sempre.
Il paradosso finale è comico. La civiltà di Keynes sarebbe teoricamente possibile proprio oggi. Abbiamo abbastanza tecnologia, abbastanza automazione, abbastanza ricchezza accumulata. Ma richiederebbe esseri umani maturi.
E il capitalismo contemporaneo, invece, sembra produrre esattamente il contrario:
- adulti infantili,
- attenzione distrutta,
- dipendenze continue,
- identità fragili,
- incapacità di stare soli,
- incapacità di stare zitti,
- incapacità di pensare.
Così continuiamo a raccontarci che “la tecnologia ci ha traditi”.
No.
La tecnologia sta facendo esattamente ciò che doveva fare: amplificare.
Il problema è quello che trova davanti a sé quando amplifica l’uomo contemporaneo.
13 maggio
Keynes always comes back.
Like those old English gentlemen who have technically been dead for forty years yet still appear in colonial clubs in Singapore, sitting beneath slow ceiling fans, discussing civilisation while the world outside rots beautifully in the heat.
Every now and then some Western newspaper digs him up again. This time it was Corriere della Sera. The old story: technology was supposed to liberate us from work. Three hours a day. Maybe four. More time to read Proust, listen to Bach, make slow love to people we truly loved, grow roses, become complete human beings.
Instead, here we are.
Tired.
Neurotic.
Sedated by caffeine, algorithmic pornography and notifications.
More productive than ever and, somehow, more miserable than ever.
The article essentially argues this: technological progress did happen, but capitalism devoured the free time it created. Every gain in productivity became new pressure, new work, new anxiety.
It is an explanation.
Very European.
Very moral.
Completely wrong.
Because the dirtier truth is another one entirely: technology did not fail at all. Technology is working magnificently. So magnificently, in fact, that it is beginning to make millions of human beings economically superfluous.
What Keynes failed to understand was that industrial capitalism and digital capitalism are not the same creature. Fordist industry needed the masses. Workers, clerks, middle classes, reasonably intelligent but stable people. In the twentieth century even a mediocre man could still have a house, a family, a social dignity. You merely had to arrive on time, drink moderately during the week and avoid arguing with the foreman.
Today, no.
Today the global economic system rewards tiny differences in intelligence, discipline and adaptability with almost obscene disproportion. A single brilliant, sleepless, slightly damaged individual assisted by AI can now produce as much as an entire small office could in 2004.
And he does it without a lunch break.
Contemporary technology does not distribute value.
It concentrates it.
Once, machines amplified collective strength. Now they amplify the individual strength of those who are already strong.
Everybody else falls behind.
And the better technology becomes, the wider the gap grows.
This is the part that truly terrifies Western elites, even as they pretend to discuss “work-life balance” on LinkedIn while drinking twelve-dollar green juices.
Because the question is no longer economic.
It is anthropological.
Two humanities are already beginning, slowly, to separate.
On one side:
- people capable of long concentration,
- rapid learning,
- emotional control,
- psychological resilience.
On the other:
- human beings destroyed by permanent distraction,
- infantilised adults,
- people incapable of reading more than three paragraphs,
- addicts to digital micro-dopamine,
- people convinced that “creating content” means lip-syncing in front of TikTok.
And the truly cruel part is that the market does not judge morally.
It simply selects.
The Western left still speaks as if we were trapped inside Modern Times by Charlie Chaplin — the poor worker crushed by the gears of industry. But contemporary capitalism does not merely crush. It eliminates. Quietly. Through irrelevance.
Entire professions are becoming administrative theatre kept alive only because nobody has yet found the political courage to admit it.
Useless meetings.
Project managers managing other project managers.
People forwarding emails to other people producing PDFs nobody will ever read.
Then suddenly a sleepless twenty-seven-year-old in Bangkok — half autistic, fuelled by nicotine and ChatGPT — arrives and, within forty-eight hours, produces:
- reports,
- analysis,
- code,
- translations,
- presentations,
- images,
- strategies.
Alone.
And this is where Keynes’ promise collapses.
Because Keynes imagined that once liberated from necessity, mankind would choose culture. Contemplation. Inner growth.
But one only needs to observe what people actually do with free time.
They scroll.
They scroll like addicts searching for cocaine inside a slot machine.
The West once dreamed of Athens.
It produced Las Vegas and Xanax.
European subways are astonishing if one possesses historical memory. Once you saw newspapers, books, silence, even boredom. Today millions of illuminated faces endlessly consume videos of people screaming, cooking, arguing, dancing, exposing themselves, reacting to other videos of people screaming.
Technological surplus did not produce wisdom.
It produced noise.
Meanwhile competition has become planetary. This too was something Keynes could never fully imagine. In his world there were still relatively protected national economies. Today a professional in Milan competes indirectly with:
- a coder in Shenzhen,
- a designer in Ho Chi Minh City,
- a Russian mathematician exiled in Belgrade,
- an Indian engineer working sixteen hours a day,
- or directly with an AI model.
So productivity increases, yes.
But every increase is immediately devoured by global competition.
If a software tool saves you two hours, you do not work two hours less. The system simply demands greater output.
Faster.
Cheaper.
More continuous.
Always.
And the final paradox is almost comic.
Keynes’ civilisation would theoretically be possible today. We possess enough technology, enough automation, enough accumulated wealth.
But it would require mature human beings.
Contemporary capitalism, instead, seems to produce precisely the opposite:
- infantilised adults,
- shattered attention spans,
- permanent addictions,
- fragile identities,
- inability to remain alone,
- inability to remain silent,
- inability to think.
So we continue telling ourselves that “technology betrayed us.”
No.
Technology is doing exactly what it was always meant to do:
amplify.
The real problem is what it finds standing in front of it when it amplifies contemporary man.
Translated with artificial assistance and human paranoia.

