Il problema non è politico. È linguistico.

“Reimmigrazione” è una parola costruita male, e come tutte le parole costruite male genera pensiero confuso. Ha un suono tecnico, quasi amministrativo, e suggerisce un movimento neutro, simmetrico: qualcuno che torna, qualcuno che viene riportato, un flusso che si riassesta. Non c’è responsabilità, non c’è causa, non c’è effetto. Soprattutto, non c’è colpa.

È una parola che non prende posizione. E proprio per questo, in un dibattito già fragile, lo indebolisce ulteriormente.

Perché se si parla di persone che hanno commesso un reato — non di flussi, non di numeri, ma di individui — il linguaggio non può restare neutro. Non per una questione ideologica, ma per una questione di struttura logica. Nella tradizione giuridica europea, che discende da Roma più che da Bruxelles, a un reato segue una pena. Sempre. Non è un’opzione narrativa, è un principio ordinativo.

E allora il punto è semplice: se il presupposto è un reato, la parola non può essere “reimmigrazione”. Deve essere “espulsione”.

“Espulsione” è una parola che chiarisce. Introduce una sequenza: violazione → giudizio → conseguenza. Non lascia spazio a equivoci semantici. Non addolcisce, non confonde, non simula neutralità dove neutralità non c’è. È una parola che riporta il discorso sul terreno giusto: quello della responsabilità individuale.

Naturalmente, questo non significa estendere il concetto a chiunque. Ed è qui che il linguaggio deve restare preciso. L’espulsione non riguarda “gli immigrati”, categoria astratta e pericolosa, ma criminali e clandestini. Individui che hanno violato una norma e che, in base a un sistema giuridico, subiscono una conseguenza specifica. Ma proprio per questo la parola conta. Perché evita due derive opposte e ugualmente sterili. Da una parte, la retorica tecnocratica che svuota il problema (“reimmigrazione” come procedura neutra). Dall’altra, la generalizzazione emotiva che trasforma tutto in un conflitto indistinto.

“Espulsione” non è una parola più dura. È una parola più onesta. E nel dibattito europeo — dove si tende sempre più a nascondere i problemi sotto formule lessicali eleganti ma opache — la differenza tra una parola onesta e una parola ambigua è già, di per sé, una presa di posizione.

Il resto viene dopo. Sempre.

Lettera firmata

14 aprile

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