Leonardo. Lo ha scritto Leonardo Falasco.
Non è un musicista. È uno che fa rumore per non sentire il resto. Non è un filosofo. È uno che ha guardato troppo e ha smesso di spiegare.
Beve poco, ma male. Dorme peggio. La notte non gli piace, ma non ha altro.
L’esoterismo non è una passione. È una cattiva abitudine. Come grattarsi una ferita che non chiude. Le porte le vede ovunque. Nei muri, negli specchi sporchi, nei corridoi degli alberghi economici. Le apre. Sempre. Non sa chi gli abbia detto di farlo. Non sa come si richiudono. La stanza è un buco. Non metafora. Un buco. Un materasso che sa di umido, un tavolo storto, roba lasciata lì da qualcuno che non è più lui. Niente ordine, niente scopo. Solo roba che resiste più di lui.
Nessuno ci entra. Non perché non si possa. Perché non avrebbe senso. Lui ci sta. Ci torna. Ogni volta un po’ più leggero, nel modo sbagliato. Meno roba dentro. Meno idee. Meno difese. Non è una crescita. È consumo.
Esce quando non regge più. Cammina. Guarda le facce. Le evita. Le perde subito. Tutto scivola via. Anche quello che dovrebbe restare.
Poi rientra.
Sempre.
Ryo
Hana
Scrive qualcosa ogni tanto. Non perché abbia qualcosa da dire. Per vedere se riesce ancora a mettere due cose in fila. A volte sì. A volte no.
Quando sì, non cambia niente. Quando no, neanche. Non crede più a niente di grande. Le verità sono roba da gente sobria. Lui non lo è, nemmeno da lucido.
Sa una cosa sola. Le porte non portano da nessuna parte. Eppure continuano a chiamarlo.
E lui continua ad aprirle.
Perché stare fermo sarebbe peggio. Perché dentro quella stanza, quando tutto tace, resta solo una cosa.
E quella non si spegne.
Mentre si legge si lasci suonare questo

Chiang Rai si scioglie.
La notte non scende, filtra. Resta sospesa tra le superfici, si incolla alla pelle, entra senza chiedere.
Dentro, un suono che non è più musica. Ripetizione. Attrito. Mani che insistono, come se bastasse quello a non cadere.
Fuori, corridoi umidi. Lanterne tremolanti. Figure appoggiate ai muri.
Tra loro, due.
Ryo.
Hana.
O forse no.
I nomi non tengono. Ma restano.
Non si avvicinano. Non davvero. Nessun gesto. Nessuna chiamata.
Solo una distanza che si piega.
I volti cambiano mentre li guardi. Non sono stabili. Non sono interi.
Puttane sacre senza corpo al Wat Rong Khun.
Superfici. Passaggi. Niente da toccare.
Tutto fasullo.
Un suono esce. Non parola.
“mi…gliaci… no…cor…to…”
Poi, netto, come un taglio dentro il rumore:
“Do what thou wilt…”
Silenzio.
Ancora frammenti.
“…leg…ge… tut…”
Le bocche si muovono. Non parlano loro.
Qualcosa passa.
Aleister Crowley, deformato, spezzato, come inciso male dentro la notte.
Non è citazione.
È residuo.
Ryo resta fermo. O quello che resta.
Non ascolta. Ma quelle parole sì.
Le uniche.
Rio.
Dove Rio.
Un volto che cerca tra altri volti. Non trova presa. Scivola. Ritorna.
Rio.
Tra le luci basse, tra i riflessi sporchi, tra le crepe.
Non si lascia fermare.
Le due figure restano. Non accolgono. Non respingono.
“Love is the law…”
Chiaro.
“…love under will…”
Poi di nuovo niente. Solo suoni rotti.
Lingua senza struttura.
Ryo.
Rio.
La differenza si perde.
Il tempo non passa. Si consuma.
Nessun incontro. Nessun contatto.
Solo attraversamento.
Le bocche si chiudono. I volti si svuotano.
Restano due forme.
Come prima.
Forse mai state.
Più tardi, una stanza. Legno grezzo.
Segni.
Un fiore che non emerge. Radici fuori.
Tra le linee:
rio
Poi graffiato.
Resta l’impronta.
Fuori, la notte continua.
Dentro, meno.
Non silenzio.
Meno.
E da qualche parte, senza origine:
“Do what thou wilt…”
29 Aprile
Leonardo Falasco da vicino
Il camerino è piccolo.
Una sedia, uno specchio, luce incerta.
Leonardo Falasco tiene la chitarra sulle gambe.
Due note — pulite, definitive — e poi silenzio.
È un virtuoso.
Di quelli che non hanno bisogno di dimostrarlo.
Di quelli che, quando potrebbero, si fermano.
In sala prove il suono prende forma e subito si nega.
Cavi, un amplificatore che respira, un synth stanco.
Un registratore acceso da ore.
Falasco costruisce e distrugge nello stesso gesto:
- linea perfetta
- deviazione minima
- rottura
La tecnica è totale.
Ma non è mai esibita.
È usata contro sé stessa.
Le tracce esistono.
Non a suo nome.
Nei dischi degli altri:
- chitarre
- sintetizzatori
- seconde voci
- produzione
Una presenza che tiene insieme, senza chiedere spazio.
Non resta mai dove lo puoi trovare.
Dorme ogni notte in una stanza d’albergo diversa.
Non lascia oggetti, non costruisce abitudini.
Viaggia leggero, quasi invisibile.
Tra le lenzuola, ogni volta, un corpo
Non è conquista, non è fuga.
È una forma di passaggio.
Come la musica.
Qualcuno dice che potrebbe stare ovunque.
Festival, etichette, circuiti.
Ha tutto per esserci.
Ma quando la traiettoria si chiude,
lui si sposta.
Sempre.
Nel camerino qualcuno bussa.
Non è il momento.
Non lo è mai davvero.
Falasco guarda lo specchio senza sistemarsi.
Come se l’idea stessa di apparire fosse già un errore.
Lavora.
Questo sì.
Non per arrivare.
Non per lasciare un catalogo.
Non per essere riconosciuto.
Lavora perché il suono lo tiene lì,
in quel punto preciso dove la forma non è ancora definitiva.
E allora resta così:
un musicista reale
un virtuoso che non si concede
una presenza che si sposta continuamente
Ispido.
Laterale.
Inafferrabile.
Quando esce, non lascia canzoni.
Lascia una traccia più sottile.
Come se qualcosa fosse stato portato quasi alla perfezione
e poi lasciato cadere
un istante prima di diventare stabile.
E in quell’istante —
brevissimo —
c’è tutto Falasco.